Bertoni Flaminio

1903 - 1964

Bertoni Flaminio
Nazione: Italia

ID: 168

Quotazioni

A (autografo): S2 (da 101 a 500 €)

AML (lettera manoscritta firmata): S4 (da 1001 a 3000 €)

APL (autografo su foto o libro): S3 (da 501 a 1000 €)

Quotazioni indicative.

Autografi

Flaminio Bertoni (Varese, 10 gennaio 1903 – Antony, 7 febbraio 1964) è stato un designer, pittore e scultore italiano. È universalmente considerato come uno dei maggiori stilisti d’automobili di tutti i tempi.

 

Schermata 2016-03-17 alle 16.35.37I figli degli uomini sono uno
e io sono uno di loro
io voglio amare
non odiare
io voglio servire
non farmi servire
io voglio guarire
non ferire
Che la sofferenza porti
ricompensa di luce
e di amore
che l’anima governi
la forma e la vita
che essa elevi l’amore
motivando gli avvenimenti
del nostro tempo
che la visione del futuro
si riveli, che l’unità si manifesti
e distrugga la separazione
che l’amore regni
e guidi tutti gli uomini
F. Bertoni, Poesie

Biografia

Nato a Masnago, comune poi accorpato alla città di Varese, appena conseguita la licenza tecnica nel 1918, Flaminio Bertoni entrò come apprendista nella Carrozzeria Macchi. Cinque anni dopo, alcuni tecnici francesi in visita alla Macchi, vista la creatività del giovane disegnatore, lo esortarono a fare esperienza in Francia.

In quegli anni, la Francia era il centro della ricerca automobilistica, la fucina delle idee che diedero vita all’automobile moderna. Bertoni, che parlava un pessimo francese, a scanso di equivoci si presentò ad André Citroën esibendo un suo brevetto per il sollevamento pneumatico dei finestrini. Venne assunto immediatamente.

Ritenendo d’aver accumulato sufficiente esperienza, un paio d’anni più tardi Bertoni rientrò nella sua Varese ed aprì uno studio di progettazione; aveva, però, idee troppo avanzate per l’imprenditoria italiana del tempo, ancora basata sul concetto di famiglia-impresa e su progetti di immediato utilizzo, ma di breve respiro; di conseguenza ritornò a Parigi, nel 1931, per non fare più ritorno in Italia.

Dopo una breve esperienza nella Société Industrielle de Carrosserie, rientrò alla Citroën, trovandosi ad essere l’uomo giusto, al posto e nel momento giusti. Gli venne commissionata la forma della futura Citroën Traction Avant e, per la prima volta nella storia dell’automobile, ne realizzò il progetto in tre dimensioni, eseguendo la maquette della vettura in scala, grazie alle sue doti di scultore. Da allora firmò le più importanti automobili Citroën fino al 1964, tra cui la 2CV e la DS.

Gli eventi e le conseguenze della seconda guerra mondiale si scontrarono spesso con il carattere imprevedibile e per nulla docile di Bertoni. Nel 1940 venne arrestato per il suo rifiuto di firmare un atto di fedeltà alla Francia, in abiura della sua patria d’origine. Nel 1944 fu nuovamente arrestato con l’accusa di aver contribuito al funzionamento della Citroën durante il periodo bellico.

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Si trattava, però, di una maldestra montatura per addossare l’onta del collaborazionismo a cittadini non francesi, ben presto sgonfiatasi e, nel 1961, definitivamente emendata con la nomina a “Cavaliere delle Arti e delle Lettere” che Bertoni ricevette dallo scrittore André Malraux, allora Ministro della Cultura nel Governo De Gaulle.

I MAESTRI

Fin dai secondi anni Venti risale l’amicizia e lo stretto rapporto che lega Bertoni, da giovane allievo, al maestro Giuseppe Talamoni (1886-1968), dal quale riceve gli insegnamenti e l’incoraggiamento per la sua carriera aritistica nelle arti figurative. Nel 1928 Bertoni partecipa con il Talamoni alla sfilata di carnevale di Varese con un gigantesco cavallo di Troia di 4 m d’altezza, con il quale ottenne il primo premio. Al termine della festa Talamoni conservò la testa del cavallo nella propria casa di Casbeno (Varese), dove rimase prima di essere distrutta, a seguito del trasloco della famiglia Talamoni in città, qualche anno più tardi.

Da Talamoni Flaminio apprende le tecniche disegnative, di cui si appropria con avidità, tanto da stupire il maestro che nel 1939, in occasione della mostra che si tenne alla Torre Littoria di Varese (Quinta mostra del Sindacato Provinciale delle Belle Arti) scrive:

Ricordo che tutta l’osteologia del corpo umano se la imparò in due sole lezioni e che alla terza disegnava già dal vero figure scheletriche in movimento con un tal sicurezza di proporzioni e con un tal senso dei volumi e degli scorci da far sbalordire. Tutto quel che faceva però scaturiva dall’immediatezza di sentire, senza pentimenti; per questo fu subito un ribelle, refrattario a quasiasi rilievo analitico riguardante i suoi pregi e i suoi difetti.

 

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Flaminio Bertoni

Lo stesso Talamoni ricorda che nella sua fase parigina Bertoni non fece parte di nessun cenacolo:

“non è schiavo di nessuna tecnica e non assomiglia a nessuno”; “oltre ad avere energie in esuberanza, non è fatto per seguire scuole, né discipline accademiche .. gli possono giovare soltanto quelle cognizioni dello scibile che ignora per non aver potuto studiare”.

Come si vedrà in seguito, l’idea dell’isolamento della produzione artistica e figurativa di Bertoni non è del tutto esatta. Se pure l’assiduo lavoro presso la Citroen rappresentò un deterrente per l’intreccio di relazioni con un tessuto di amicizie e di correnti artistiche, tuttavia le innumerevoli opere di Bertoni vanno riconsiderate alla luce di vari lavori del suo tempo e del secolo precedente, dai
quali è possibile valutare l’ispirazione che informa la sua qualità artistica.

La testimonianza di Talamoni va dunque ridimensionata in base a quella fornita dall’amico e scultore egli stesso, Angelo Frattini, che ricorda come diversi spunti siano stati rappresentati da vari artisti di stampo classicista più inclini al naturalismo.

L’AMBIENTE ARTISTICO DI INIZIO SECOLO

Per considerare quali fossero i “cenacoli” italiani e francesi, da cui Bertoni prescinde, occorre una rapida panoramica sugli sviluppi dell’arte primonovencentesca e sulle sue avanguardie negli anni delle due guerre. La descrizione che più si attaglia al periodo in cui vive il giovanissimo Bertoni è
fornita da G. Castelfranco nell’introduzione al catalogo della VII quadriennale romana di Pittura e scultura italiane dal 1910 al 1930, il quale parla di un’arte, nell’Italia del 1910,“consacrata alle grandi opere monumentali dello Stato, dalle grandi raccolte pubbliche, dalla fama degli stessi artisti in accordo perfetto tra arti figurative e architettura dominante; un’arte alla quale si dedicavano energie di lavoro quantitativamente impressionanti e che sembrava rispondere a pieno alle esigenze e
della classi dominanti e del popolo, ché ben poche erano le voci ostili o discordanti.”

“Di certo non so chi allora si domandasse quale era il grado di originalità, di personalità, di reale italianità di essa. D’altro lato nessuno dei paesi stranieri, anche fra i più potenti e meno mondi di oratoria, aveva tentato di imporre simili tendenze in una tale scala monumentale; che si confondesse insistenza e mole con originalità era pur errore comprensibile. E questo incrocio tra classicismo e liberty, tra atticismo e preraffaellismo, tra simbolismo e naturalismo accademico, tra neobarocco e «art nouveau» aveva finito per avere, almeno, una sua riconoscibilità.”

“Può sembrare strano che quest’arte non abbia un nome, ma forse è perché non fu oggetto di quelle polemiche critiche, soprattutto di atélier, dalle quali in genere nascono – magari come Spottnamen – i nomi dei periodi artistici. Di certo vi è troppo classicismo e troppo verismo per chiamarla anch’essa liberty: troppa magniloquenza per denominarla dai nostri governanti di allora.. e semmai inclinerei a denominarla dannunziana .. perché i poemi di D’Annunzio vivono in un’analoga aspirazione di classicismo generico rifatto moderno e di impaginazione larghissima”.

I tre anni della prima guerra segnano l’allontanamento da quest’arte “dannunziana”. “E all’estero tutti i fatti col quale il nostro stile dannunziano aveva rapporti.. dal neobarocco in architettura al gusto per l’incunabolo libertizzato, dalla grande macchina veristico-simbolica in scultura alla composizione scrosciante di modelle nude.. si era logorato terribilmente.. già nei primi anni del secolo.. “.

I nuovi artisti sono sempre in movimento, colti, letterati e filosofi essi stessi, attratti dall’avvenierismo tecnico. E’ Parigi fra il 1903 e il 1910 a segnare il nuovo periodo artistico, ad affermare i fauves, il colore irreale e simbolico, sotto il segno della rapidità, verso l’arabesco. Picasso nel periode bleau amplifica l’appunto patetico fino alla ricerca di una massività solitaria della figura umana. E’ importante negli stessi anni anche la riscoperta della scultura africana “col suo
repertorio formale deformatissimo, con la sua evidenza di forme ossessive ed elementari”. A promuoverla sono stati Picasso e Matisse, il primo dei quali, con la Testa di Donna (1905), ha segnato anche la nascita del cubismo.

Anche la pittura futuristica finisce con l’affermarsi, atarassica per eccellenza, dinamizzando il linguaggio figurativo del cubismo di prima maniera17. Gli stessi anni vedono inoltre l’affermarsi della pittura metafisica di De Chirico, del quasi fauve Gino Rossi, dell’impressionismo di Ardengo Soffici.

Rimangono estranei a queste correnti le opere pittoriche di Viani, incline al caricaturismo, e di Spadini, di suggestione neoclassica, alla Renoir.

In scultura, sono i neoprimitivisti ad avere maggior affermazione; si impone nel 1910 l’opera di Barlach, il “franco luminismo di Rodin”20. In una nuova Italia di valori rigorosi e di nuova ricerca, si sviluppano le personalità di Boccioni, di un Melli “antigrazioso”, con l’energia dei vuoti che ha fatto parlare di ‘volumi negativi’ e di un poliedrico Martini, che a 19 anni scolpisce il Busto del medico Scarpa, si lascia influenzare dall’espressionismo, dalla Monaco secessionista e dal
breve soggiorno parigino, per dominare negli anni 1928-1932.

Fra le figure che contrassegnano il primo trentennio dell’arte italiana possono citarsi anche Morandi, De Pisis, Modigliani, Casorati, Rosai, Campigli, Mario Sironi, Virgilio Guidi, Pio Semeghini, Tosi, che in varie forme partecipano alle correnti di inizio secolo, dall’impressionismo, al fauvismo, al cubismo, al neoclassicismo.

Gli anni Venti segnano in Italia l’avvento del Fascismo, che volle istaurare in vari modi forme di controllo anche in ambito culturale con la creazione, dal 1925, di un Istituto Nazionale Fascista di Cultura, su proposta di Gentile e con l’Eciclopedia italiana, con cui si tentò di integrare gli intellettuali al regime.

Nel 1926 venne anche fondata la Reale Accademia d’Italia, cui aderirono, oltre a Gentile, d’Annunzio e Marinetti, anche Pirandello, Marconi, Respighi, Brasini, Otto Wildt, Felice Carena, Marcello Piacentini23. Dal 1922 esisteva inoltre una Confederazione Nazionale creata da Edmondo Rossoni che comprendeva fra le altre anche la Corporazione degli intellettuali. Lo stesso anno, Giacomo di Giacomo fondò a Roma un Sindacato Nazionale del Lavoro Intellettuale, che nel
1924 Mussolini fuse con la prima Confederazione.

Tra il 1927 e il 1939 il Sindacato di Belle Arti organizzò più di 300 mostre. Alla Biennale di Venezia, esistente dal 1895, furono aggiunte anche la Triennale di Milano (ideata nel 1919, inaugurata nel 1923) e la Quadriennale di Roma (1928, inaugurata nel 1931). Il PNF e altri istituti organizzavano mostre a premi per influire sui contenuti delle opere esposte. Dopo le battute d’arresto segnate dagli
anni della querra, l’ambiente parigino, che ospita Bertoni già negli anni Venti, vive, come quello italiano, un rappel à l’ordre negli anni del primo dopoguerra.

Con il distacco dall’Espressionismo, dal Cubismo e dal Futurismo, questo comportò l’affermazione del Purismo di Ozenfant e Le Corbusier e del Surrealismo. Sono gli anni in cui si tiene anche il dibattito sull’avanguardia aniconico-geometrica che prende le mosse dall’ultimo astrattismo e dal
post-cubismo e che si articolerà nella diatriba ideologica tra le riviste parigine Cercle et Carré e l’Art Concrete.

Le maggiori correnti artistiche, i circoli e le competizioni ideologiche godono a Parigi di un campo privilegiato di confronto: si tratta dei vari Salon espositivi che già sul finire dell’Ottocento si moltiplicano per divergenze nel modo di concepire l’arte e di uniformarla a un canone. Dal momento che la stessa opera di Bertoni si articola intorno alle manifestazioni principali e secondarie della vita artistica parigina conviene ripercorrerne brevemente le tappe.

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Morte

Colpito da un ictus il 6 febbraio 1964, Bertoni morì il giorno dopo, all’età di 61 anni, nella cittadina di Antony, dov’è sepolto con la moglie Lucienne Marodon e il secondogenito Serge, lontano dall’Italia che non volle rinnegare e ignorato dagli italiani che s’innamorarono delle linee armoniose della Due Cavalli e della Diesse, senza sapere che l’autore era uno di loro.

Riconoscimenti

Nel 1961 il Ministero della Cultura della Francia gli assegnò il titolo di officier de l’Ordre des Arts et des Lettres (Cavaliere delle Arti e delle Lettere) per mano dallo scrittore André Malraux, allora Ministro della Cultura nel governo De Gaulle.
Nel gennaio 2003 è stata intitolata a Bertoni la scalinata a Masnago, suo quartiere natale, che da via Caracciolo porta in via Cola di Rienzo.
Il 10 maggio 2007 è stato inaugurato a Varese il Museo Bertoni, nello stesso edificio che ospita il liceo artistico e alcuni uffici della provincia.

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Le principali esposizioni parigine cui partecipa Flaminio Bertoni

Le Salon des Artistes Français,
Salon de la Société des Beaux-Arts,
Bertoni, Le Salon? 1936, 1946, 1947, 1948, 1956, 1958, 1959, 1960, 1963.
Salon des Indépendants, 1936, 1937, 1938, 1940, 1941, 1942, dal 1944 tutti gli
anni fino al 1964, quando si tiene l’ultima esposizione, postuma.
Salon National Indépendant, ?
Salon d’Automne, 1935, 1936, 1937, 1938, 1951, 1952
Salon des Tuileries 1935, 1936
Note

^ Livio Gatti Bottoglia, Flaminio Bertoni, la matita degli dei, mensile Civetta, maggio 2000
^ Scalinata dedicata a Flaminio Bertoni a Masnago.

 

 

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