De Talleyrand Perigord Charles Maurice

1754 - 1838

De Talleyrand Perigord Charles Maurice
Nazione: Francia
Settore: Storia

ID: 2659

Quotazioni

A (autografo): S2 (da 101 a 500 €)

AML (lettera manoscritta firmata): S3 (da 501 a 1000 €)

APL (autografo su foto o libro): S2 (da 101 a 500 €)

Quotazioni indicative.

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, I Principe di Benevento (Parigi, 2 febbraio 1754 – Parigi, 17 maggio 1838), appartenente al casato dei Talleyrand-Périgord, fu principe, vescovo e politico francese.

Talleyrand è considerato tra i maggiori esponenti del camaleontismo. Servì la monarchia di Luigi XVI, poi la Rivoluzione francese nelle sue varie fasi, l’impero di Napoleone Bonaparte e poi di nuovo la monarchia, questa volta quella di Luigi XVIII, fratello e successore del primo monarca servito.

Persona di grande intelligenza politica e anticipatore dei suoi tempi, dimostrò di saper vedere nel futuro molto più lontano di quanto sapessero fare i suoi contemporanei. Nel corso della sua lunga carriera gli vennero affibbiati diversi soprannomi, tra cui i più noti furono “Il diavolo zoppo”, “Il camaleonte” e “Lo stregone della diplomazia”. Fu, con Metternich, il “regista” del congresso di Vienna.

Biografia

Origini familiari e giovinezza

Talleyrand in uniforme di Gran Ciambellano di Francia, di Pierre-Paul Prud'hon; la carica gli venne assegnata da Napoleone ma Talleyarand la mantenne anche sotto la Restaurazione.

Talleyrand in uniforme di Gran Ciambellano di Francia, di Pierre-Paul Prud’hon; la carica gli venne assegnata da Napoleone ma Talleyarand la mantenne anche sotto la Restaurazione.

La famiglia Talleyrand vantava la discendenza da Adalbert, conte di Périgord e vassallo di Ugo Capeto nel 990. A proposito di questo personaggio circola un aneddoto che ben spiega quali fossero all’epoca i rapporti tra i sovrani e i loro vassalli: nel 990 il conte Adalbert, restìo a prestare giuramento al nuovo sovrano di Francia, Ugo Capeto appunto, venne convocato a Parigi dal re il quale, di fronte alla sfrontatezza dei modi del suo vassallo gli domandò bruscamente: “Chi ti ha fatto conte?”, al che Adalbert ribatté con stupefacente insolenza: “Chi ti ha fatto Re?”. Tali rimasero per i secoli successivi i rapporti tra i re di Francia e il Casato di Périgord, fatti di reciproca diffidenza e sofferta sottomissione da parte dei Talleyrand: il clima che il piccolo Charles-Maurice respirò in famiglia fu dunque quello di grande orgoglio aristocratico e assoluta certezza che il suo sangue lo rendeva pari a un re, fatto che rendeva gli affari di Stato della Francia un semplice “prolungamento” degli affari di famiglia, dei quali avrebbe dovuto occuparsi personalmente (convinzione che lo sosterrà durante tutta la sua vita).

Il Casato di Périgord inoltre, poteva annoverare nei suoi rami araldici un Gran Maestro dell’Ordine del Tempio, Armand de Périgord (figlio cadetto del conte Hélie V de Périgord) e un famoso cardinale, Hélie de Talleyrand-Périgord, protagonista del Papato avignonese, Decano del Sacro Collegio, soprannominato “Creatore di Papi”, per la sua abilità e autorevolezza politica all’interno della Curia papale (talenti che si ritroveranno nel suo discendente). Nel Medioevo troviamo pure: Hélie (m. 1205), alleato di Filippo Augusto contro Riccardo Cuor di Leone; Roger-Bernard (m. 1369), che combatté gli inglesi; il figlio Archambaud V, morto in Inghilterra nel 1399. In epoca moderna due personaggi si illustrarono, seppur negativamente: il primo, Henri de Talleyrand-Périgord, conte di Chalais, amante della celebre duchessa de Chevreuse, fu il protagonista di una cospirazione aristocratica contro il cardinale Richelieu, chiamata a causa del ruolo primario che il conte vi svolse, “Cospirazione di Chalais”: la macchinazione però fu scoperta dall’astuto cardinale e Talleyrand-Périgord finì sul patibolo.
Suo nipote, Adrien de Talleyrand, conte di Chalais, marito della celebre Princesse des Ursins, fu esiliato dalla Francia per aver ucciso in duello il duca di Beauvilliers.

Si trattava dunque di una famiglia dell’alta nobiltà, come attestato anche dalle lettere patenti del 1613 e 1735 (con quest’ultima il Re Luigi XV autorizzava il nonno di Talleyrand, il conte Gabriel, a fregiarsi del titolo di “conte di Périgord”, estinto da tempo nel ramo principale e detenuto formalmente dai sovrani borbonici). Suoi parenti occuparono cariche importanti anche nel corso del XVIII secolo durante i regni di Luigi XV e Luigi XVI. Charles-Maurice nacque a Parigi il 2 febbraio 1754 al numero 4 di rue Garanciére, da Charles-Daniel de Talleyrand-Périgord, cavaliere dell’Ordine di San Michele e luogotenente del Re, conte di Périgord e da Alexandrine de Damas d’Antigny; i genitori risiedevano abitualmente a Versailles, anche se a causa della scarsa disponibilità economica non facevano molta vita di Corte. Fratello di suo padre era Alexandre-Angélique de Talleyrand-Périgord (1736 – 1821), che fu dapprima arcivescovo di Reims e successivamente cardinale arcivescovo di Parigi e al quale Talleyrand sarà legato per tutta la vita.

Charles-Maurice era fin dall’infanzia zoppo a un piede. Secondo alcuni biografi, era affetto da una malattia genetica, la sindrome di Marfan, secondo altri sarebbe stato vittima della caduta da un alto mobile ove incautamente la donna cui era stato affidato a balia l’aveva lasciato. Il risultato comunque fu che per poter camminare dovette ricorrere a una protesi metallica pesante e ingombrante. A causa di quest’infermità non poté essere destinato alla carriera militare e venne quindi privato dai genitori del suo diritto di maggiorasco (che fu concesso in sua vece al fratello Archambaud) e destinato alla carriera ecclesiastica nella quale il figlio avrebbe trovato quella protezione dalle temperie della vita di allora che da solo, secondo loro, causa la sua infermità non era in grado di garantirsi.

Dopo l’infortunio il piccolo venne sottratto alla balia irresponsabile e fu affidato alle cure della bisnonna, Marie-Françoise de Rochechouart, “donna deliziosa”, come scriverà più tardi nelle sue memorie, nonché discendente della marchesa di Montespan e appartenente al più antico Casato di Francia dopo la famiglia Reale, nel castello avito di Chalais.

Qui il bambino crebbe nel ricordo della gloria dei suoi avi (tra i quali si annoveravano, per parte di madre, anche Jean-Baptiste Colbert ed Étienne Marcel, oltre che il famoso abate Ugo di Cluny) e nella consapevolezza del suo rango. Tra il 1762 e il 1769 studiò al Collegio d’Harcourt (attuale Liceo Saint-Louis), uno dei più prestigiosi di Parigi e dell’intera Francia, allo scopo di indirizzarlo poi verso gli studi religiosi.

Carriera ecclesiastica sotto l’Ancien Régime

Nel 1769, all’età di quindici anni, Talleyrand entra nel seminario di Saint-Sulpice, malgrado nello stesso periodo frequenti ostentatamente un’attrice della Comédie-Française di nome Dorothée Dorinville. Ai superiori che gli rimproveravano tale comportamento rispose, forte anche del suo nome: “Mi avete voluto? Adesso tenetemi come sono”.

Il 28 maggio 1774 Talleyrand riceve gli ordini minori e pochi mesi dopo, il 22 settembre 1774, ottiene il baccalaureato in teologia alla Sorbona (con due anni d’anticipo sull’età prevista grazie a una dispensa), con relatore tale Charles Mannay, essendosi distinto negli studi nonostante la mancanza di vocazione (anche se la tesi fu in parte redatta dallo stesso Mannay). Il 1º aprile 1775 Talleyrand pronuncia i voti e diviene canonico della Cattedrale di Reims, la diocesi dello zio.

L’11 giugno 1775 assiste alla consacrazione di Luigi XVI, il cui vescovo concelebrante è suo zio e suo padre reca in processione la Santa Ampolla, contenente l’olio sacro usato per ungere e consacrare i Re di Francia. Nella primavera del 1778 incontra Voltaire, per il quale nutrirà sempre una viva ammirazione. Il 18 dicembre 1779 viene ordinato sacerdote; la sera innanzi il suo amico e compagno di bagordi Auguste de Choiseul-Gouffier, cugino del più noto duca di Choiseul, trovandolo prostrato in lacrime, insiste perché rinunci, ma lui dice che è ormai troppo tardi per tornare indietro. All’ordinazione non è presente nessun membro della sua famiglia; i genitori assisteranno tuttavia alla sua prima messa. Poco dopo ottiene l’assegnazione dell’Abbazia di Saint-Remy a Reims, con annesse prebende; naturalmente non prende dimora presso l’Abbazia che gli è stata assegnata ma si stabilisce a Parigi. Si mette subito in luce per la sua parlantina brillante e sicura e l’abilità dialettica con cui difende le sue posizioni: per questo motivo riesce ben presto a farsi eleggere, sempre con l’apporto dello zio, deputato di “secondo Ordine” all’Assemblea generale del Clero francese (un’equivalente delle moderne Conferenze Episcopali). Più o meno nello stesso periodo aderisce alla Massoneria, anche se vi manterrà sempre un ruolo di basso profilo, non andando mai oltre il grado di “Apprendista”.

Nel 1780 è nominato agente generale per il clero di Francia grazie all’abilità con cui ha sostenuto, nel corso della quinquennale Assemblea della Chiesa gallicana, la difesa dei beni della Chiesa dalle mire del fisco di Luigi XVI, riuscendo però due anni più tardi a far votare dalla stessa Assemblea un “dono gratuito” di 15 milioni di livres al sovrano, come contribuzione alle casse statali. Tale carica, equivalente a un dicastero delle Finanze statali, gli permetterà di rendersi conto delle ricchezze della Chiesa francese e di diventare amico e consigliere dell’allora ministro delle finanze francese, Calonne.

Questa amicizia si rivela però nefasta quando poco dopo Calonne deve dimettersi, avendo presentato al re un piano economico (elaborato con un forte contributo di Talleyrand, il quale vi rivelò il suo talento di economista e di riformatore) che questi non condivide: la disgrazia dell’amico si ripercuote anche su di lui, che viene per questo subito emarginato dai circoli della capitale francese. Grazie a Calonne Talleyrand scopre però la sua vocazione per la politica e la finanza, nella quale dimostra sin da principio grande abilità: interviene con numerosi scritti in varie questioni, come la crisi della Cassa di sconto nel 1783 e collabora con il ministro anche nella stesura di un Trattato commerciale con la Gran Bretagna nel 1786, venendo eletto nello stesso anno segretario dell’Assemblea generale, con i complimenti dei colleghi. La disgrazia dell’amico Calonne in ogni caso non gli impedisce di continuare a praticare l’altra sua attività preferita, quella del seduttore: frequenta assiduamente una dama dell’alta società conosciuta in precedenza, Adelaide Filleul, sposata al conte di Flahaut (e secondo voci piuttosto accreditate figlia illegittima del defunto Luigi XV), dalla quale nel 1785 ha un figlio, Charles Joseph de Flahaut, battezzato con il cognome del marito di Adelaide per nascondere la sua reale paternità. Grazie all’aiuto dell’illustre padre (quello vero), Flahaut avrà una brillante carriera militare (diventerà infatti aiutante di campo e confidente di Napoleone), oltre a proseguirne la tradizione di donnaiolo (secondo i maligni sarà lui il padre naturale del futuro imperatore Napoleone III). Nel 1788 muore il padre Charles-Daniel e il fratello minore Archambaud eredita i titoli e le proprietà di famiglia.

In ogni caso gli intercalari amorosi non impediscono al vescovo di Autun di tenere sotto controllo la scena politica in attesa di nuove opportunità: queste si presentano nel fatidico 1789 quando, sotto la pressione di una crisi economica sempre più incontrollabile (che forse il piano economico di Talleyrand e Calonne avrebbe potuto evitare, se applicato), il re Luigi XVI fu costretto a convocare l’Assemblea degli Stati generali. Talleyrand coglie al volo l’occasione e decide di candidarsi come rappresentante del Clero all’Assemblea: la sua campagna elettorale nella diocesi di Autun, della quale è titolare, impostata su un programma fortemente riformatore in linea con le sue ultime posizioni politiche, è un grande successo. Inoltre il vescovo raccoglie le lamentele e le rimostranze dei suoi fedeli in un Cahier de doléances persino eversivo per le proposte contenute: vi si chiede quasi l’abolizione della monarchia, la fine di tutti i privilegi feudali ed ecclesiastici, l’uguaglianza di tutti i ceti davanti alla legge e una tassa sulla rendita fondiaria (proposta questa già avanzata dallo stesso Talleyrand e da Calonne nel loro progetto di riforma economica dello Stato tempo addietro).

Talleyrand dunque parte per Versailles dove partecipa all’apertura ufficiale degli Stati il 5 maggio 1789; qui partecipa a tutti i lavori dell’Assemblea fino a quando, dopo l’atto di forza del re che impedisce ai membri del Terzo Stato di entrare nell’aula, decide di unirsi ai dissidenti che, sotto la guida dell’abate Sieyès e del conte Mirabeau, si costituiscono in Assemblea Nazionale Costituente il 9 luglio 1789. La Rivoluzione francese era cominciata.

La Rivoluzione

Il 14 luglio 1789, Talleyrand, già messosi in luce per la sua brillante retorica e conosciuto per le sue idee innovatrici oltre che per la sua spregiudicatezza, è nominato membro della commissione per la Costituzione dell’Assemblea Nazionale, nella quale avrà un ruolo importante. Mantiene comunque un basso profilo, evitando di esporsi troppo in attesa di schierarsi dalla parte del vincitore, continuando però a tenere contatti segreti con il re attraverso il fratello di quest’ultimo, conte di Artois, proponendogli, dopo la presa della Bastiglia, persino un intervento armato a sorpresa contro l’Assemblea; ma il re non accetta il consiglio. Stringe amicizia e comincia la collaborazione con Mirabeau, uomo corrotto e roboante ma convincente oratore, che dà voce alle idee del nuovo vescovo di Autun. Talleyrand suggerisce, tramite l’amico Mirabeau, la confisca dei beni della Chiesa cui partecipa attivamente, arricchendosi parecchio insieme all’amico, il che gli costerà naturalmente l’accusa di tradimento da parte degli ambienti ecclesiastici.

Propone all’Assemblea la fine dell’attribuzione di “religione di Stato” al cattolicesimo e l’estensione della cittadinanza francese agli ebrei portoghesi e avignonesi. Lavora infine alla Costituzione civile del clero, che prevede fra le altre cose il giuramento di fedeltà allo Stato da parte di vescovi e sacerdoti. La Costituzione civile del clero viene approvata dall’Assemblea il 12 luglio 1790. Talleyrand presta il giuramento di fedeltà alla nuova Costituzione civile del clero.

Il 13 gennaio 1791 rinuncia alla sua diocesi di Autun, ma il 24 febbraio consacra i primi due vescovi costituzionalisti, che saranno soprannominati «talleyrandistes». Sei mesi dopo la proclamazione la nuova Costituzione civile del clero viene condannata dal papa Pio VI che a metà dell’anno scomunicherà il vescovo ribelle.

Sempre su suo suggerimento l’Assemblea dichiara il 14 luglio (data della presa della Bastiglia) festa nazionale e al suo primo anniversario è proprio Talleyrand a celebrare la messa ai Champ de Mars. In quell’occasione, di fronte ai dignitari stupiti di tanta sfrontatezza, dirà: «Vi prego, non fatemi ridere».

Talleyrand firma la Costituzione dello Stato francese (da lui stesso in gran parte elaborata) che sarà presentata al re e da questi accettata il 14 settembre 1791: egli è in particolare autore dell’art. VI della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, norma relativa all’uguaglianza di tutti i cittadini innanzi alla legge e al principio che la legge è espressione della volontà generale. Con un celebre “Rapport sur l’instruction publique” (che subì le critiche di Mary Wollstonecraft perché la dissertazione non includeva le donne) letto davanti all’Assemblea, chiude la sua attività alla Costituente.

L’anno seguente (1792), su incarico del ministro degli Esteri Valdec de Lessart, viene inviato dall’Assemblea in missione diplomatica in Inghilterra (la prima di una lunga serie), con il compito di rassicurare i minacciosi vicini sulle buone intenzioni della Francia, contro la quale nel frattempo si stanno coalizzando tutte le monarchie d’Europa; mentre l’Austria del nuovo imperatore Francesco II scioglie ogni riserva e dichiara guerra alla Nazione ribelle, Talleyrand fa per la prima volta sfoggio della propria abilità di negoziatore ottenendo contro ogni aspettativa la neutralità britannica. Il giovane “Abbè Talleyrand”, come ancora era noto, pubblicò il risultato della fortunata trattativa in un saggio in cui esprimeva le sue vedute di politica estera, intitolato “Mémoire sur les rapports actuels de la France avec les autres États de l’Europe”, che rivelò per la prima volta il suo grande acume diplomatico, lanciandolo alla ribalta della politica francese del momento.

Dopo essere ritornato in Francia a luglio, presagendo l’avvicinarsi delle turbolenze del periodo, si schiera apertamente con i radicali che vogliono la testa del sovrano, sperando così di far dimenticare la sua origine aristocratica e la sua carriera ecclesiastica: sente che la sua posizione, nonostante i recenti successi in politica estera, è sempre più precaria a causa del precipitare degli eventi e del sempre maggiore potere che va acquisendo il partito radicale dei Giacobini, capeggiati da un avvocato di Arras, Maximilien Robespierre, il quale nella sua intransigente e quasi puritana moralità non apprezza la licenziosità del Vescovo apostata, e da un ex insegnante oratoriano, Joseph Fouché. In questo periodo quindi riesce a ottenere da Danton di tornare nuovamente in missione a Londra: si tratta di un escamotage molto astuto che permetterà a Talleyrand di non apparire uno degli émigré, ossia uno degli esponenti ostili alla Rivoluzione francese scappati dalla Francia. Vengono però per sua sfortuna trovate in un armadio due sue lettere indirizzate a Luigi XVI che attestano i rapporti segreti intercorsi tra l’ex vescovo e l’odiato sovrano: il governo rivoluzionario emette un ordine di cattura nei suoi confronti.

Nel 1794 Talleyrand è espulso dall’Inghilterra, auspice il nuovo capo di governo inglese William Pitt. Nel frattempo infatti la Gran Bretagna è entrata in guerra contro la Francia e la presenza sull’isola di Talleyrand non è molto rassicurante, vista la sua nota abilità di tenere i piedi in due scarpe. Va negli Stati Uniti e si stabilisce a Filadelfia, mal visto per la feroce propaganda orchestrata contro di lui da parte dei giacobini che colà rappresentano la Francia, ma ben accolto dai nobili francesi in esilio. Stringe inoltre una profonda amicizia con Alexander Hamilton. Esercita la professione di agente immobiliare nelle foreste del Massachusetts, poi quella di mediatore in merci. Descriverà la sua esperienza americana in due saggi: Essai sur les Avantages à retirer des colonies nouvelles eMémoire sur les relations commerciales des États-Unis avec l’Angleterre.

La fine dell’Impero

Da questo momento i rapporti fra l’imperatore e il principe di Périgord diventano sempre più tesi e Napoleone non si lascia sfuggire occasione per rendere difficile la vita al suo ex ministro, come quando impone con la forza l’allontanamento da Parigi della moglie di Talleyrand, Catherine Noele Grand (1762-1834), a causa della sua condotta licenziosa (è pubblicamente l’amante del duca di San Carlos). Nello stesso tempo però l’imperatore avverte la mancanza di un consigliere e ministro della capacità e acume di un Talleyrand, soprattutto se paragonato alla mediocrità di coloro che al momento lo circondano, tanto da proporgli un paio di volte di riprendere il suo incarico ministeriale, ma l’ex vescovo si nega e prende sempre di più e pubblicamente, nel modo vellutato e salottiero che gli è tipico, le distanze da quell’uomo che, secondo lui e a ragione, rovinerà molto presto. Tuttavia Talleyrand non ha perso l’ammirazione nei confronti di Bonaparte, pur disapprovandone l’espansionismo: sa bene che, se Napoleone gli deve molto, lui stesso deve molto a Napoleone: l’uno non potrebbe esistere senza l’altro, e senza l’Imperatore la sua stessa carriera sarebbe stata compromessa; forse è per questo che Talleyrand, nonostante la sua crescente disapprovazione, si rifiuterà sempre di infierire su Napoleone, sempre consapevole della sua grandezza e del debito che lui stesso ha nei suoi confronti. D’altra parte nei salotti parigini, in quel tempo, monta sempre più un clima anti-napoleonico e Talleyrand in quel mondo ci sguazza: conversatore affascinante, la battuta dissacrante e il paradosso sono le sue armi dialettiche migliori e per questo la sua presenza era ed è ambita in tutti i salotti che nello stesso tempo fanno cassa di risonanza a quanto il principe di Périgord si lascia, volutamente, sfuggire dalle labbra. Nonostante questo Talleyrand continua a mantenere la sua collaborazione con Bonaparte: sarà lui infatti a organizzare insieme a Fouché e con l’aiuto del ministro austriaco Klemens von Metternich, il matrimonio con l’arciduchessa Maria Luisa d’Asburgo-Lorena anziché con la granduchessa di Russia Anna Romanov, come in un primo tempo pensava Napoleone.

Non ascolta invece il consiglio di trattare, che Talleyrand, richiestone, gli dà dopo la sconfitta della Beresina e si rivelerà un errore. Poi arriva la disfatta di Lipsia (16-18 ottobre 1813) e il successivo breve e precario armistizio.

Nel novembre del medesimo anno Napoleone gli offre ancora un volta il ministero degli affari esteri, ma il lungimirante principe di Périgord declina ancora l’offerta. Non può rifiutarsi però di accettare di divenire membro del Consiglio di Reggenza, presieduto dal fratello dell’imperatore Giuseppe Bonaparte, che deve sostituire lo stesso Napoleone durante la sua assenza dovuta alla necessità di respingere l’invasione della Francia da parte delle truppe della sesta coalizione.

All’inizio del 1814 gli eventi precipitano: le truppe del maresciallo Blücher attraversano il Reno in tre punti, i Paesi Bassi e il Belgio si ribellano, appoggiate dalle truppe di von Bülow e dell’inglese Graham, il cognato Gioacchino Murat, auspice la moglie, e sorella dell’imperatore, Carolina, gli negano il contingente promesso, da sud, sotto i Pirenei, avanzano gli uomini di Wellington. Le truppe della sesta coalizione antinapoleonica sono ormai sul territorio francese, l’Imperatore lascia Parigi per combatterle affidando al fratello Giuseppe (cacciato l’anno prima dal trono di Spagna) la reggenza dell’Impero con delega piena a trattare. Talleyrand si adopera per informare lo zar Alessandro I e il principe di Metternich (da lui conosciuto quando era ministro degli esteri e il cancelliere era appena stato nominato ambasciatore d’Austria a Parigi nell’agosto 1806) sul modo migliore di prendere Parigi senza eccessivo spargimento di sangue (e per preparare il ritorno dei Borbone nella persona del fratello del re ghigliottinato, Luigi, conte di Provenza, che regnerà con il nome di Luigi XVIII).

Per tutto febbraio e marzo Napoleone combatte come un leone contro il soverchiante nemico: il 10 febbraio sconfigge Blücher a Champaubert, l’11 Sacken a Montmirail e a Vauchamps, il 17 mette in rotta, dopo un’aspra battaglia, il principe Eugenio di Württemberg a Montereau, il 7 marzo sconfigge di nuovo il Blücher a Craonne, il 14, cogliendo di sorpresa i russi di Le Priest e costringendoli alla fuga riconquista Reims. In questo frenetico tour de force emerge ancora, se mai fosse necessario, la differenza fra l’ordinaria abilità dei comandanti degli eserciti alleati e il genio di Napoleone. Ma si tratta degli ultimi guizzi di fiamma di un falò destinato ormai a spegnersi. Il 31 marzo lo zar Alessandro I, primo degli alleati, entra alla testa delle sue truppe in Parigi ove alloggerà proprio nella casa di Talleyrand in Rue Saint-Florentin in qualità di ospite.

L’indomani viene affisso sui muri di Parigi il famoso proclama di Parigi a firma dello zar. La farina però appartiene al sacco del principe di Périgord. Il 6 aprile 1814 Napoleone, sconvolto dal tradimento del suo generale Auguste Marmont, del quale ha appreso che si è arreso senza combattere alle porte di Parigi, firma a Fontainebleau l’atto d’incondizionata abdicazione. L’Impero è finito.

La monarchia di Luglio

Nel 1830 Luigi Filippo diviene re dopo la Rivoluzione di Luglio che caccia Carlo X. Il nuovo sovrano, dietro la cui ascesa si intravede ancora la mano del “Diavolo zoppo”, nomina Talleyrand ambasciatore a Londra con lo scopo di rassicurare gli altri Paesi europei, sotto la dipendenza nominale del ministro degli esteri Molé al quale naturalmente il principe di Benevento si guarda bene dall’obbedire. Come diplomatico contribuisce in modo determinante all’indipendenza del Belgio, che il Congresso di Vienna, contro il suo parere, aveva annesso ai Paesi Bassi: reagendo alla sollevazione in armi dei belgi, riesce a far indire una Conferenza a Londra fra le grandi potenze che sancisce l’indipendenza del Belgio. I riottosi Paesi Bassi tentano l’occupazione armata del nuovo Stato ma Talleyrand riesce a far votare all’assemblea francese la decisione di intervenire militarmente e i Paesi Bassi si ritirano. Potrà così permettersi anche di far salire al trono belga il suo candidato, il principe Leopoldo di Sassonia-Coburgo. L’ultimo risultato prima del suo ritiro è la quadruplice alleanza fra Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo.

Nell’agosto 1834 Talleyrand lascia la vita pubblica e si ritira nel castello di Valençay, che abbandona soltanto nel 1837, quando si rende conto che i suoi giorni sono contati.

L’avvicinarsi della morte pone Talleyrand in un grande imbarazzo. Se rifiuta i sacramenti getta un’ombra sulle consacrazioni a vescovo costituzionale da lui fatte, dall’altro mal si vede a condurre una vita da penitente per gli ultimi giorni. Solamente quando sente che gli resta poco da vivere acconsente a ricevere il giovane Félix Dupanloup e a firmare la dichiarazione di ritrattazione che gli viene richiesta, della quale ha soppesato tutti i termini, e a ricevere l’estrema unzione e il viatico. Quando il sacerdote – conformemente al rito – deve ungergli le mani con il santo olio degli infermi, gli dice «non dimentichi che sono un vescovo»: infatti il rito prescrive che l’unzione dei palmi delle mani sia sostituita da quella sul dorso quando essa è conferita a sacerdoti e vescovi, essendo le palme già state consacrate nell’ordinazione sacerdotale e nella consacrazione episcopale, riconoscendo così in extremis la sua qualità episcopale e quindi le consacrazioni da lui fatte. Poco prima di morire riceve l’omaggio di una gran parte del mondo parigino, incluso il re.

Alla sua morte lo scrittore Renan disse che Talleyrand, uomo per tutte le stagioni, era riuscito a ingannare la terra e il cielo.

Le esequie ufficiali furono celebrate con rito religioso il 22 maggio. Pochi mesi dopo il suo corpo fu traslato in una cappella vicina al castello di Valençay.

 

 

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