Luigi XVI di Francia

1754 - 1793

Luigi XVI di Francia
Nazione: Francia
Settore: Storia

ID: 1669

Quotazioni

A (autografo): S4 (da 1001 a 3000 €)

AML (lettera manoscritta firmata): S5 (da 3001 € e oltre)

APL (autografo su foto o libro): S4 (da 1001 a 3000 €)

Quotazioni indicative.

Luigi XVI di Borbone (Versailles, 23 agosto 1754 – Parigi, 21 gennaio 1793) fu re di Francia dal 1774 al 1792; dal 1º ottobre 1791 regnò con il titolo di “re dei Francesi” fino al 10 agosto 1792, giorno della sua deposizione.

Inizialmente amato dal popolo, sostenne la guerra d’indipendenza americana, ma non fu in grado di comprendere appieno gli eventi successivi in patria. Durante la Rivoluzione venne chiamato Luigi Capeto, in quanto discendente di Ugo Capeto, fondatore della dinastia, nell’intenzione di dissacrarne lo status di re, e soprannominato derisoriamente Louis le Dernier (Luigi l’Ultimo; in realtà non sarà l’ultimo re di Francia, onore che spetterà a Luigi Filippo).

Dopo la deposizione, l’arresto e l’instaurazione della Repubblica, fu giudicato colpevole di alto tradimento dalla Convenzione nazionale, venendo condannato a morte e ghigliottinato il 21 gennaio 1793.

https://youtu.be/RgTIKwiYfMw?list=PLsQqQ_t2NxUWoheqeZp_mGLc–HmbSXgc

https://youtu.be/6lE7OFOZh5s?list=PLsQqQ_t2NxUWoheqeZp_mGLc–HmbSXgc

Biografia

L’infanzia

Nato a Versailles nella notte del 23 agosto 1754, quarto figlio di Luigi delfino di Francia e di Maria Giuseppina di Sassonia, gli fu imposto il nome di Louis-Auguste e il titolo di duca di Berry. Subito battezzato dal cappellano reale, l’abate di Chabannes – una cerimonia solenne di battesimo, insieme con altri tre fratelli, sarà ripetuta nell’ottobre del 1761 – fu affidato alle cure della governante, la contessa Marie-Louise de Rohan Marsan. Seguirono i festeggiamenti rituali, con fuochi di artificio e uno spettacolo teatrale a cui assistette tutta la Corte, il balletto La naissance d’Osiris di Jean-Philippe Rameau.

Alla prematura morte del fratello maggiore, il duca di Borgogna Louis-Xavier (1751-1761) avvenuta il 22 marzo 1761, Louis-Auguste divenne delfino di Francia e cominciò la sua istruzione, curata dal precettore, l’ex-vescovo di Limoges Jean-Gilles de Cloëtlosquet, che aveva il compito di insegnargli la lingua e la letteratura latina, al quale si aggiungevano un grammatico, l’abate di Randovilliers, autore del trattatello De la manière d’apprendre les langues, il matematico Jean-Antoine Nollet, un insegnante di storia, il conservatore Jacob-Nicolas Moreau, autore della Mémoire pour servir à l’histoire des Cacouacs, nella quale aveva polemizzato ironicamente contro gli illuministi, un insegnante di geografia, materia per la quale mostrò sempre particolare interesse, Philippe Buache, un diplomatico, l’abate Jean-Ignace de La Ville, funzionario del ministero degli Affari Esteri, che aveva il compito di erudirlo sulle complesse vicende della diplomazia internazionale, mentre il gesuita e bibliotecario reale, l’antivoltairriano Guillaume-François Berthier, era incaricato di insegnargli teologia e di educarlo ai principi dell’assolutismo.

Naturalmente, il completamento della sua educazione era assicurato dalle nobili attività sportive della scherma, dell’equitazione e del ballo, oltre che dalle indispensabili pratiche della devozione cattolica.

Erede al Trono

Maria Antonietta a 14 anni nel ritratto ufficiale inviato a Versailles. Pastello di Joseph Ducreux.

Maria Antonietta a 14 anni nel ritratto ufficiale inviato a Versailles. Pastello di Joseph Ducreux.

Alla fine del 1765, con la morte del padre, il duca di Berry diveniva ufficialmente erede al trono. Mentre il nonno, rimasto vedovo nel giugno del 1768, rifiutava di convolare alle nuove nozze, proposte dalla Corte di Vienna, con l’arciduchessa Elisabetta, sfigurata dal vaiolo, ritenendosi ben più soddisfatto della nuova relazione con la giovane Madame du Barry, per il nipote accettava ufficialmente, il 13 giugno 1769, la candidatura di un’altra figlia di Maria Teresa d’Austria, la quattordicenne arciduchessa Maria Antonietta che, oltre a essere di bell’aspetto – come testimoniava il ritratto di Joseph Ducreux appositamente inviato da Vienna a Versailles – portava nelle casse reali 200.000 fiorini, una rendita di 20.000 scudi e una quantità di gioielli e oggetti preziosi.

Mentre l’ambasciatore francese confidava al cancelliere austriaco che «la natura sembra aver tutto negato al signor duca di Berry. Nel contegno e nella conversazione il principe rivela una limitatissima attitudine al buon senso, grande mediocrità e una completa mancanza di sensibilità»[1] il 19 aprile 1770 si celebrava a Vienna il matrimonio per procura, celebrato dal nunzio pontificio Antonio Eugenio Visconti. Il corteo dei dignitari austriaci raggiunse Compiègne il 14 maggio, accolto dal re e dall’erede e il matrimonio dei due adolescenti fu celebrato a Versailles due giorni dopo, il 16 maggio 1770.

I rituali festeggiamenti di due settimane cominciarono male e si conclusero peggio: la prima notte di nozze, il giovane Luigi non onorò i suoi doveri coniugali – una mancanza che si sarebbe ripetuta per anni – e il 30 maggio alcuni fuochi d’artificio caddero sulla folla festante e nel panico che ne seguì centinaia di parigini persero la vita calpestati e schiacciati nella ressa. Questo fu uno dei tanti episodi, che i più interpretarono come un cattivo presagio per la futura coppia di sovrani.

Regno (1774-1792)

La Francia ha un nuovo re

Medaglioni che rappresentano Luigi XVI e Maria Antonietta come re e regina di Francia.

Medaglioni che rappresentano Luigi XVI e Maria Antonietta come re e regina di Francia.

Alla morte per vaiolo di Luigi XV, il 10 maggio 1774, il ventenne Louis-Auguste saliva al trono con il nome di Luigi XVI. Abolita, come primo provvedimento, una tassa – il droit de joyeux avènement, da pagare all’insediamento di ogni nuovo sovrano – mandata in convento l’ultima amante del nonno, licenziati alcuni ministri, richiamato a dirigere il Consiglio della corona il Maurepas, fatto esiliare da Madame de Pompadour, furono nominati ministro agli Affari Esteri il conte Charles Gravier de Vergennes, alla Guerra il maresciallo Louis-Nicolas de Muy e alle Finanze il fisiocratico Jacques Turgot; il 12 novembre veniva reinsediato il Parlamento, sciolto nel 1771 da Luigi XV.

Nella cattedrale di Reims, l’11 giugno 1775, avvenne la cerimonia dell’incoronazione; l’arcivescovo Charles-Antoine de La Roche-Aymon unse otto volte il capo reale recitando l’antica formula: Ungo te in regem de oleo sanctificato in nomine Patri et Filii et Spiritus Sancti e, come re taumaturgo, Luigi impetrò la guarigione di alcuni malati di scrofola imponendo loro le mani.

Era quello il tempo in cui i coloni inglesi d’America si erano apertamente rivoltati contro la madrepatria: la Francia sperò di sfruttare la situazione per riguadagnare almeno una parte delle colonie canadesi perdute al termine della Guerra dei sette anni. Mentre ufficialmente il governo francese dichiarava la propria neutralità nel conflitto, segretamente allacciava contatti con i rappresentanti del Congresso di Filadelfia, promettendo aiuti militari.

Crisi finanziaria

Il primo atto del ministero di Turgot fu di sottoporre al re una dichiarazione di principi: nessuna dichiarazione di bancarotta, nessun aumento delle tasse e forti riduzioni delle spese dello Stato, soppressione di alcune sinecure: il gigantesco deficit statale fu ridotto quel tanto che gli permise di negoziare con le banche un prestito al 4%. Pensava di sostituire le imposte indirette con una tassa generale sugli immobili, colpendo i maggiori redditi e favorendo i consumi e propose la liberalizzazione del commercio del grano con il decreto del 13 settembre 1774, incontrando l’opposizione del governo e del re: elogiato dagli illuministi, divenne oggetto della satira degli speculatori, fra i quali si contavano esponenti dell’alta aristocrazia. Il cattivo raccolto del 1774 portò l’anno dopo all’aumento del prezzo della farina e a conseguenti moti popolari che vennero repressi dal governo, nel quale entrò a far parte anche Malesherbes.

Anche la proposta dell’annullamento dell’Editto di Fontainebleau, che discriminava i protestanti, riconoscendo ai soli cattolici il diritto di culto, incontrò l’opposizione del clero che, riunito in assemblea, il 3 luglio 1775, dichiarava «infame» la libertà di pensiero e di stampa. Luigi XVI cedette.

Luigi XVI

Luigi XVI

Nel gennaio 1776 Turgot presentò al Consiglio reale i decreti con i quali intendeva sopprimere la corvée reale, le corporazioni – per favorire la libertà d’impresa – e imporre nuove tasse per i tre ordini della borghesia, dell’aristocrazia e del clero – quest’ultimo fu però subito esentato su richiesta del Maurepas. Venne sommerso da un coro di proteste: ebbe l’opposizione violenta della nobiltà e del Parlamento e la regina gli fu ostile, vedendosi negare la concessione di privilegi per i suoi favoriti, come la duchessa de Polignac o la principessa de Lamballe. Luigi XVI, che pure aveva imposto le nuove leggi attraverso un lit de justice, fece marcia indietro e lo licenziò il 12 maggio 1776. Ne ebbe in risposta una lunga lettera, nella quale Turgot scriveva che

« Sua Maestà ha bisogno di una guida più lungimirante per evitare gli errori di Carlo I Stuart, finito decapitato, e del sanguinario Carlo IX. Non dimenticate, Sire, che fu la debolezza a mettere la testa di Carlo I sul ceppo e a rendere crudele Carlo IX »

Il sostituto Jean-Étienne-Bernard de Clugny-Nuys morì pochi mesi dopo, avendo fatto però in tempo ad aggravare il bilancio dello Stato; il successore, il ginevrino Jacques Necker, non si oppose alle nuove spese necessarie a preparare la guerra contro l’Inghilterra e, confidando nella bontà del sistema creditizio, lanciò nuove obbligazioni che indebitarono l’erario di ulteriori 530 milioni di lire. Riuscì a fare delle economie ma evitò di toccare i privilegi dei nobili, guadagnandosi la loro riconoscenza e, il 19 febbraio del 1781, pubblicò – per la prima volta nella storia della Francia – un Rendiconto del bilancio statale, che era tuttavia in gran parte frutto dell’ottimismo della sua fantasia, rappresentando un avanzo di 10 milioni, avendo coscientemente trascurato di indicarvi molte voci passive.

Tuttavia risultarono finalmente pubbliche le ingenti spese di cui lo Stato si faceva carico per garantire prebende, pensioni e distrazioni a favore di chi aveva soltanto la fortuna di una nascita privilegiata. La grande popolarità acquisita dal Necker presso le classi alte si mutò così in ostilità aperta: il primo ministro Maurepas, già geloso del suo successo, prese a pretesto la fede protestante del Necker per rifiutargli l’ingresso nel Consiglio di Stato. Luigi XVI non solo non lo difese ma non volle nemmeno più riceverlo, così che Necker rassegnò le dimissioni nelle mani della regina il 19 maggio 1781.

Intanto il re, dopo sette anni di indugi, nell’agosto del 1777 aveva preso un’iniziativa che rese felice Maria Antonietta, tanto da indurla a scrivere alla madre che «otto giorni fa le nozze sono state pienamente consumate e ancora una volta ieri nel miglior modo possibile. Avrei voluto inviarti un corriere speciale per farti avere subito la lieta notizia, ma sarebbe stato eccessivo». Passeranno ancora molti mesi perché rimanesse incinta ma finalmente, il 19 dicembre 1778, alla presenza, come da etichetta, di un numeroso ed eterogeneo consesso, l’augusta consorte di Luigi dava alla luce – con malcelata delusione degli astanti – una bambina, che fu subito battezzata con il nome di Maria-Teresa Carlotta (1778-1851). Per avere il sospirato erede – che tuttavia al trono non salirà mai – occorreranno altri anni: il 22 ottobre 1781 nascerà Luigi-Giuseppe-Saverio-Francesco (1781-1789), il 27 marzo 1785 Luigi-Carlo (1785-1795) e l’anno dopo cadrà l’ultimo lieto evento della nascita di Sofia-Beatrice (1786-1787), destinata peraltro a morte prematura.

Politica estera

La guerra anglo-francese

Luigi XVI

Luigi XVI

L’8 febbraio 1778 la Francia rende pubblica l’alleanza stipulata con gli insorti americani e il 13 marzo rompe le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna, dando inizio alla guerra anglo-francese. La guerra è fortemente voluta da Luigi XVI che accolse a Versailles con tutti gli onori il borghese Benjamin Franklin e riuscì a coinvolgere nell’impresa la Spagna di Carlo III, in realtà timorosa di appoggiare una guerra d’indipendenza che poteva essere imitata dalle sue immense colonie americane, con il miraggio di recuperare la Florida, perduta quindici anni prima, le Baleari e Gibilterra.

Con il Trattato di Parigi, i francesi ottennero poco, se non si conta un’ulteriore aggiunta all’enorme debito nazionale. Necker si dimise nel 1781 per essere sostituito da de Calonne e de Brienne, prima di essere richiamato nel 1788. Venne ricercata un’altra riforma delle tasse, ma la nobiltà oppose resistenza nel corso dell’Assemblea dei Notabili (1787).

La rivoluzione e la deposizione

Su consiglio del ministro Necker, il quale propose inizialmente ma invano al re di disconoscere gli elevati debiti accumulatisi nel corso degli anni fra le spese di corte e i finanziamenti per la partecipazione alla Guerra d’indipendenza americana (i cui costi raggiunsero complessivamente i 2 mila milioni di Livre dell’epoca), nel 1788 Luigi ordinò l’elezione degli Stati Generali (la prima dal 1614), allo scopo di far approvare le riforme monetarie. L’elezione fu uno degli eventi che trasformarono il malessere generale nella rivoluzione francese, che cominciò nel giugno 1789. Il Terzo Stato si era autoproclamato come Assemblea Nazionale; i tentativi di Luigi di controllarla, fra cui la chiusura dei cancelli di Versailles il 20 giugno 1789 (ricordato come uno dei più grandi atti di totale negligenza alla nazione), produssero come conseguenza l’uguale riunione dei deputati presso la sala della Pallacorda, in un edificio poco distante dal palazzo del re, ove venne stipulato il patto del Giuramento della pallacorda, la dichiarazione dell’Assemblea Nazionale Costituente il 9 luglio e la Presa della Bastiglia il 14 luglio. In ottobre la famiglia reale venne costretta a spostarsi nel Palazzo delle Tuileries a Parigi da una folla tumultuante.
Luigi era perplesso nei confronti delle riforme sociali, politiche ed economiche della rivoluzione, tuttavia puntava sempre a non creare strappi violenti. I principi rivoluzionari della sovranità popolare, benché centrali per i principi democratici dell’epoca successiva, segnarono una rottura decisiva rispetto al principio della monarchia assoluta che vedeva il trono e l’altare come cuore del governo. Ledendo tali principi, radicati profondamente nella concezione tradizionale della monarchia, nonostante le critiche del pensiero illuminista fossero ormai una koiné intellettuale nelle élites di mezza Europa, la Rivoluzione venne avversata da quasi tutta la precedente élite di governo francese e da praticamente tutti i governi europei. Anche alcune figure di spicco dell’iniziale movimento rivoluzionario erano dubbiose sui principi del controllo popolare del governo. Alcune di esse, soprattutto Honoré Mirabeau, cercavano di deviare gli eventi verso una forma di monarchia costituzionale all’inglese.

Regno di Francia Borbone di Francia

Regno di Francia
Borbone di Francia

La morte improvvisa di Mirabeau e la depressione di Luigi indebolirono fatalmente questi sviluppi. Il re non condivideva i propositi di restaurazione immediata e radicale fatta propria da alcuni parenti (il Conte d’Artois e il Conte di Provenza) e inviò a essi ripetuti messaggi pubblici e privati che li richiamavano a fermare i tentativi di lanciare una contro-rivoluzione (spesso attraverso il suo reggente nominato segretamente, l’ex ministro de Brienne), ma allo stesso tempo si sentiva a disagio di fronte alla sfida al ruolo tradizionale del monarca e al trattamento riservato a lui e alla sua famiglia. Era in particolare irritato dal fatto di essere tenuto praticamente prigioniero nelle Tuileries, dove la moglie venne costretta in modo umiliante a essere sorvegliata da soldati rivoluzionari nella sua stessa camera da letto, e dal rifiuto del nuovo regime di permettergli di scegliere sacerdoti e confessori cattolici di sua scelta, piuttosto che i “sacerdoti costituzionali” creati dalla Rivoluzione con la Costituzione civile del clero.

Il 21 giugno 1791, Luigi tentò la fuga con la famiglia, nella speranza di costringere la Rivoluzione a una svolta moderata, più di quanto fosse possibile restando nella Parigi radicale, ma pecche nel piano causarono ritardi sufficienti a far sì che venissero riconosciuti e catturati a Varennes. Questo fatto, unito ai documenti dell’armadio di ferro, in cui si svelavano le trattative del re con le potenze nemiche, segnò di fatto la sua fine. Luigi venne ricondotto a Parigi dove rimase nominalmente come monarca costituzionale, ma in realtà agli arresti domiciliari, fino al 1792.

Il 25 luglio 1792, Carlo Guglielmo Ferdinando, duca di Brunswick-Luneburg, comandante delle forze prussiane, pubblicò il cosiddetto Proclama di Brunswick, nel quale minacciava gli abitanti di Parigi di gravi sanzioni se fosse stato recato danno alla famiglia reale. Il manifesto venne preso come prova definitiva di una collusione tra Luigi e le potenze straniere in una cospirazione contro il suo stesso paese. Luigi venne arrestato ufficialmente il 13 agosto 1792, dopo essere stato deposto due giorni prima nel corso di una feroce battaglia campale sulle scale dello stesso palazzo. Il 21 settembre 1792, l’Assemblea Nazionale dichiarò che la Francia era una repubblica; il deposto Luigi XVI da allora venne chiamato ufficialmente “cittadino Luigi Capeto”.

Condanna a morte ed esecuzione

Non vi era una unanimità circa la necessità di giudicare o meno il sovrano. La maggioranza parlamentare era favorevole, ma alcuni leader montagnardi, tra i quali Robespierre e Saint-Just, premevano per una condanna senza processo, nel timore che un’eventuale assoluzione del re gettasse discredito sulla Rivoluzione. Il resto della Montagna era però in linea con le idee dei Girondini – anche se questi ultimi avrebbero preferito un rinvio – e della Pianura: il 5 dicembre la Convenzione Nazionale decise di processare il sovrano e il 10 venne presentato un Atto enunciativo dei crimini di Luigi.

La prima apparizione di Luigi davanti all’Assemblea avvenne il 21 dicembre. Il sovrano decise di affidare l’organizzazione della difesa a Tronchet e Malesherbes, i quali individuarono nel giovane Raymond de Sèze l’avvocato giusto per l’arringa, pronunciata il 26. Dal 14 gennaio i deputati furono chiamati a esprimersi sulla colpevolezza dell’imputato, sull’opportunità di rivolgersi al giudizio popolare e sull’eventuale pena da infliggere al re.

Il primo punto non fu soggetto a divisioni: la colpevolezza fu votata quasi all’unanimità. Anche circa il ricorso al popolo venne subito raggiunta la maggioranza. 423 deputati si opposero, mentre 286 votarono a favore: il timore era che il popolo, in gran parte ancora intimamente monarchico e sconvolto in maniera crescente dalla persecuzione inflitta a chi rimaneva fedele alla Chiesa di Roma (pochi mesi dopo sarebbe scoppiata la consistente rivolta realista e cattolica della Vandea), non emettesse un giudizio unanime contro il sovrano. Il dibattito sulla pena fu più lungo e combattuto, dal momento che il primo scrutinio rivelò un grande equilibrio tra i sostenitori della pena di morte (366) e coloro che espressero parere negativo (355). La Gironda, favorevole alla sentenza capitale, ne chiedeva tuttavia il rinvio. Lanjuinais propose che il verdetto fosse approvato solo con un maggioranza dei due terzi, ma Danton fece bocciare la richiesta.

La condanna a morte ottenne una maggioranza sufficiente il 17 gennaio 1793, con 387 voti favorevoli e 334 contrari. Raggiunto l’accordo sulla pena, restava da deciderne l’eventuale rinvio, bocciato il 19 gennaio con 383 voti contro 310.

Re Luigi XVI venne ghigliottinato il 21 gennaio 1793 in Piazza della Rivoluzione, l’attuale Place de la Concorde. Il giorno della decapitazione, dopo essere stato tenuto prigioniero nella Torre del Tempio, venne portato alla ghigliottina in carrozza, vestito di bianco e con in mano il libro dei Salmi. La condanna fu eseguita dal boia Charles Henri Sanson. Morì come cittadino Luigi Capeto e le sue ultime parole furono:

« Signori, sono innocente di tutto ciò di cui vengo incolpato. Auguro che il mio sangue possa consolidare la felicità dei francesi. »
(Le ultime parole pronunciate da Luigi XVI il 21 gennaio 1793, registrate da Charles Henri Sanson esecutore della condanna.)

Un assistente del boia mise all’asta i suoi capelli e parte dei vestiti, e molti raccolsero il sangue. L’ordine durante l’esecuzione fu mantenuto da un consistente assembramento di soldati rivoluzionari.

Alla sua morte, il figlio di soli otto anni, Luigi-Carlo di Francia, divenne automaticamente, per i monarchici e gli stati internazionali, il re de jure Luigi XVII di Francia. La moglie, Maria Antonietta, lo seguì sulla ghigliottina il 16 ottobre 1793. Per l’esecuzione fu seguito il medesimo cerimoniale utilizzato per il marito. Alla regina fu vietato di indossare abiti vedovili durante il tragitto dalle prigioni alla ghigliottina. Il fratello, Luigi XVIII, una volta diventato re nel 1815 fece riesumare i resti di Luigi XVI, tumulati in una fossa comune del vecchio Cimitero della Madeleine, seppellendoli poi nella Basilica di Saint-Denis, assieme a quelli della moglie Maria Antonietta.

Personalità di Luigi XVI

Luigi XVI viene descritto come un uomo debole, inadatto al trono o poco capace di prendere decisioni difficili. Sulla psicologia di Luigi XVI sono state fatte diverse osservazioni: che fosse affetto da una nevrosi ossessiva dato la sua mania di annotare ogni minima cosa (anche gli animali – rondini, cani, ecc. – uccisi per sbaglio durante le sue predilette battute di caccia) o la passione sullo smontare e rimontare orologi; che soffrisse di criptoforia, una sorta di psicosi tipica di chi nasconde al proprio interno la “personalità fantasma”, in un particolare senso psicoanalitico, di un’altra persona, spesso un fratello o una sorella, nel caso di Luigi, probabilmente, quella del fratello maggiore, il duca di Borgogna, morto prima di lui, facendolo divenire erede al trono come Delfino di Francia, destino che, da giovane, pensava forse di non dover mai affrontare, e che gli pesò molto, imponendosi appunto di dover sostituire il fratello.

Rapporto con la moglie Maria Antonietta

Luigi XVI a vent'anni.

Luigi XVI a vent’anni.

Il matrimonio tra Luigi XVI e Maria Antonietta fu relativamente tranquillo e accomodante, nonostante i due fossero estremamente diversi sia per temperamento fisico sia per interessi: infatti, non era possibile che scaturissero tensioni poiché il re e la regina evitavano ogni attrito tra di loro, il primo per apatia, la seconda per noncuranza. L’unico pesante ostacolo alla felicità coniugale dei sovrani di Francia fu rappresentato dalla mancata consumazione delle nozze nei primi sette anni di matrimonio. Per molto tempo si ritenne che Luigi XVI fosse affetto da una dolorosa fimosi, che gli impedì per molto tempo di avere rapporti sessuali. Tuttavia durante una visita a Parigi l’imperatore Giuseppe II, fratello di Maria Antonietta, dopo aver parlato con il re, arrivò alla conclusione che egli soffrisse di problemi eminentemente psicologici, e praticasse il coito interrotto. Ciò che rendeva questa situazione ancora più insopportabile per la giovane coppia era il fatto che, in quanto sovrani, la loro vita era sotto gli occhi di tutta la corte di Versailles, che da dietro le quinte malignava sui loro insuccessi, come era stato per Luigi XIII, considerato a lungo impotente o omosessuale. Luigi XVI era inibito con le donne anche dal fatto di essere cresciuto in un ambiente dove dominavano le amanti di Luigi XV, verso le quali provava repulsione.L’umiliazione derivante da questa peculiare circostanza lasciò una macchia indelebile sulla loro relazione coniugale. Dal momento che non poteva soddisfare fisicamente la moglie né metterla nella circostanza di procreare un erede maschio per la Francia, Luigi XVI permise che la regina si desse a divertimenti costosi e sciocchi per sopperire alle sofferenze del matrimonio e per dimenticare mortificazione e solitudine. Maria Antonietta, tranne che nelle questioni politiche, riusciva a ottenere dal re tutto quello che desiderava, nonostante questi non approvasse i suoi comportamenti, le sue considerevoli spese, né apprezzasse le persone di cui si era circondata. Tuttavia, il re cedeva sempre dinanzi alle richieste di Maria Antonietta, come per scusarsi delle proprie colpe, che segretamente facevano soffrire entrambi.

L’arrendevolezza di Luigi XVI nei confronti della moglie faceva sentire quest’ultima superiore al re. Tuttavia, da un punto di vista prettamente politico, Maria Antonietta non riuscì ad avere particolare presa sul consorte, nonostante sia l’imperatrice Maria Teresa sia l’ambasciatore Mercy l’avessero spesso esortata ad acquistarsi le simpatie di Luigi XVI al fine di influenzare la sua politica estera in favore della Casa d’Austria. Pertanto Maria Antonietta si sentiva autorizzata dall’alto a pensare di essere superiore al re, un uomo che non amava e che l’aveva per anni umiliata come donna, respingendola sentimentalmente e fisicamente.In un’occasione, poco dopo l’incoronazione di Luigi XVI nel 1775, Maria Antonietta si azzardò, con grande scandalo della madre, a definire il marito «quel pover’uomo».Luigi e Maria Antonietta si riavvicinarono solo dopo che ebbero la prima figlia, tanto che ne ebbero altri tre, successivamente. Alla fine, soprattutto durante la prigionia, Luigi XVI e la moglie arrivano a un profondo affetto, se non amore, l’uno per l’altra, tanto che la regina propose a Luigi di passare l’ultima notte insieme, prima della decapitazione del re. Luigi rifiutò, ma solo perché voleva passarla in preghiera, come era stato alla vigilia dell’incoronazione.

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