Napoleone III di Francia

1808 - 1873

Napoleone III di Francia
Nazione: Francia
Settore: Storia

ID: 1882

Quotazioni

A (autografo): S3 (da 501 a 1000 €)

AML (lettera manoscritta firmata): S4 (da 1001 a 3000 €)

APL (autografo su foto o libro): S3 (da 501 a 1000 €)

Quotazioni indicative.

Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873), figlio terzogenito del re d’Olanda Luigi Bonaparte (fratello di Napoleone Bonaparte) e di Ortensia di Beauharnais, fu presidente della Repubblica francese dal 1848 al 1852 e Imperatore dei Francesi dal 1852 al 1870.

Detto anche Napoleone il piccolo (soprannome datogli da Victor Hugo), sposò la contessa di Teba María Eugenia de Guzmán Montijo, una Grande di Spagna; ebbe cinque figli: dalla moglie, Napoleone Eugenio Luigi e altri quattro illegittimi da donne diverse.

https://youtu.be/Xt2DSk-i6bU

Biografia

Origini

Luigi Napoleone ventenne.

Luigi Napoleone ventenne.

Carlo Luigi Napoleone Bonaparte nacque a Parigi la notte del 20-21 aprile 1808. Suo padre era Luigi Bonaparte, re d’Olanda (dal 1805 al 1810) e fratello minore di Napoleone Bonaparte; la madre era Ortensia di Beauharnais, figlia di Joséphine de Beauharnais e del suo primo marito Alexandre e quindi figliastra dello stesso Napoleone; tale unione, difficile e priva di affetto, era stata proposta dalla stessa imperatrice consorte, Joséphine, che non poteva generare figli, in modo da garantire all’Imperatore un erede diretto.

Il primo figlio della coppia morì nel 1807 e, pertanto, i due coniugi, che ormai vivevano separatamente e che comunque avevano un secondo bambino, Napoleone Luigi, decisero di trasferirsi insieme a Tolosa e nove mesi dopo, a Parigi, nacque Carlo Luigi. In ogni caso, i nemici di Louis-Napoleone, tra cui Victor Hugo, diffusero pettegolezzi che era il figlio di un altro uomo.
Nel 2014, uno studio genetico condotto su una ciocca di capelli dal profesor Gerard Lucotte, ha dimostrato che Carlo Luigi non può essere geneticamente nipote in linea paterna di Napoleone I: infatti, Carlo Luigi, apparteneva all’aplogruppo I2 (gli aplogruppi del cromosoma Y sono marcatori specifici della linea genetica paterna) mentre Napoleone e suo fratello Girolamo appartenevano all’aplogruppo e-M34 (tipico della Corsica e della Sardegna); secondo l’autore dello studio, tale discrepanza può essere spiegata solo ammettendo l’origine illegittima dello stesso Carlo Luigi oppure affermando che Luigi Bonaparte non sia fratello di Napoleone I.

Infanzia

Charles-Louis fu battezzato al Palazzo di Fontainebleau il 5 novembre 1810, avendo come padrini lo zio, l’imperatore Napoleone, e l’imperatrice Maria Luisa. In seguito, quando il padre Luigi si separò dalla moglie, Luigi Napoleone rimase con la madre fino all’età di sette anni, quando lo zio Napoleone lo invitò al Palazzo delle Tuileries a Parigi per osservare i soldati sfilare nel cortile. Vide lo zio imperatore per l’ultima volta al Château de Malmaison, poco prima che Napoleone partisse per Waterloo[9].

Dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo e la Restaurazione della monarchia in Francia, tutti i membri della dinastia Bonaparte furono costretti all’esilio: Hortense e Luigi Napoleone vagarono da Aix a Berna al Baden finché, infine, non si trasferirono in Svizzera, ad Arenenberg, nel cantone di Thurgau e in Germania, dove il giovane Luigi Napoleone frequentò il ginnasio ad Augusta in Baviera. La sua educazione fu completata da un precettore, Philippe Le Bas, un repubblicano ardente nonché figlio di un amico e vicino di Robespierre che gli insegnò storia francese e ne indirizzò gli interessi politici verso un repubblicanesimo radicale.

Rivoluzionario (1823-1835)

Quando Luigi Napoleone aveva quindici anni, Hortense si trasferì a Roma, dove i Bonaparte avevano una villa: passò il tempo a imparare l’italiano, esplorare le antiche rovine, imparare le arti della seduzione e degli affari romantici, di cui avrebbe spesso fatto mostra nella sua vita successiva; divenne amico dell’ambasciatore francese, François-René de Chateaubriand, padre del romanticismo francese, con il quale rimase in contatto per molti anni.

A Roma, ritrovò il fratello maggiore, Napoleone Luigi Bonaparte, e insieme aderirono alla carboneria. Nella primavera del 1831, quando aveva ventitré anni, il governo austriaco e quello papale lanciarono un’offensiva contro le società segrete e i due fratelli, ricercati dalla polizia, furono costretti a fuggire ma, durante la fuga, Napoleone Luigi contrasse il morbillo e morì il 17 marzo 1831, tra le braccia del fratello minore; in seguito, Hortense si riunì con suo figlio e insieme raggiunsero il confine francese.

Hortense e Luigi Napoleone presero il nome falso di “Hamilton” e giunsero a Parigi, dove il vecchio regime era appena caduto ed era stato sostituito da quello più liberale di re Luigi Filippo d’Orléans; arrivati in città il 23 aprile 1831, presero residenza presso l’Hotel du Holland sulla Place Vendôme.

Hortense scrisse un appello al re, chiedendo di restare in Francia, e Luigi Napoleone si offrì volontario come soldato semplice nell’esercito francese: il nuovo re accettò di incontrarsi segretamente con Hortense e concesse alla stessa Hortense e a Luigi Napoleone di poter restare a Parigi, a patto che il loro soggiorno fosse breve e segreto e che Luigi Napoleone si sarebbe potuto unire all’esercito francese se avesse cambiato il nome, cosa che però sdegnosamente si rifiutò di fare. Madre e figlio rimasero a Parigi fino al 5 maggio, decimo anniversario della morte di Napoleone Bonaparte quando la loro presenza divenne nota e pertanto Luigi Filippo ordinò loro di lasciare la Francia; si recarono in Gran Bretagna e poco dopo andarono in esilio in Svizzera.

Successione bonapartista

Sin dalla caduta di Napoleone nel 1815 esisteva in Francia un movimento bonapartista, con la speranza di restituire un Bonaparte al trono; secondo la legge di successione stabilita da Napoleone I, la pretesa passò prima al figlio, cui, alla nascita, era stato dato dal padre il titolo di “Re di Roma”. Conosciuto dai bonapartisti come Napoleone II, viveva in reclusione virtuale alla corte di Vienna sotto il nome di Duca di Reichstadt; prossimo nella linea, vi era il fratello maggiore di Napoleone I, Giuseppe Bonaparte, seguito da Luigi Bonaparte, ma né Giuseppe, né Luigi Bonaparte avevano alcun interesse a rientrare nella vita pubblica e, pertanto, quando il duca di Reichstadt morì nel 1832, Luigi Napoleone divenne l’erede della dinastia.

In esilio con la madre in Svizzera, Luigi Napoleone si arruolò nell’esercito svizzero, ricevette l’addestramento da ufficiale e scrisse un manuale di artiglieria oltre ad altre opere di filosofia politica: nel 1833, all’età di 25 anni, pubblicò il suo Rêveries politique, o “sogni politici”, seguito nel 1834 da Considérations politiques et militaire sur la Suisse (“Considerazioni politiche e militari sulla Svizzera”), seguito nel 1839 da Les Idées napoléoniennes (“Idee napoleoniche”) che, pubblicato in tre edizioni, costituisce una delle fonti principali del Bonapartismo, tra cui la massima «Una monarchia che procura i vantaggi della Repubblica senza gli inconvenienti, un regime forte, senza dispotismo, libero, senza anarchia, indipendente, senza conquista».

Dal tentativo di colpo di stato (1836) all’esilio a Londra (1838)

« Credo che di volta in volta sono creati uomini che io chiamo volontari della Provvidenza, nelle cui mani si pone il destino dei loro paesi. Io, penso di essere uno di questi uomini. Se mi sbaglio, posso morire inutilmente. Se ho ragione, poi la provvidenza mi metterà in grado di svolgere la mia missione »
(Frase attribuita a Luigi Napoleone)
Durante il soggiorno a Parigi, il giovane Luigi Napoleone aveva osservato l’entusiasmo popolare per il defunto zio, Napoleone; da ciò aveva tratto il convincimento che il popolo, come durante i

Luigi Napoleone dà inizio al colpo di stato, 1836.

Luigi Napoleone dà inizio al colpo di stato, 1836.

Cento Giorni, si sarebbe ribellato al regime costituito per unirsi ai Bonaparte e per questo motivo iniziò a pianificare un colpo di stato contro il re, Luigi Filippo.

Secondo i suoi progetti, la rivolta sarebbe dovuta scoppiare a Strasburgo, dove Luigi Napoleone, ottenuta la lealtà di un colonnello d’artiglieria della guarnigione, il 29 ottobre del 1836, sollevò un reggimento, prese il controllo della prefettura e fece arrestare il prefetto. Tuttavia, il generale in comando riuscì a fuggire e a chiamare i rinforzi che, circondati i ribelli, costrinsero alla resa gli ammutinati (sarebbero poi stati assolti delle accuse) mentre Luigi Napoleone veniva arrestato. La famiglia del giovane principe condannò la sua operazione e la madre pregò Luigi Filippo di consentire che il figlio lasciasse la Francia. Il re, convincendo il suo governo, fece condurre il principe a Lorient dove, munito di una somma di denaro, venne imbarcato su una fregata il 21 novembre 1836 con destinazione Stati Uniti, dove sarà sbarcato il 30 marzo 1837, dopo una sosta per rifornimenti in Brasile in cui restò confinato nella sua cabina. Si trasferì quindi in un albergo di New York, incontrò l’élite della società americana e lo scrittore Washington Irving. Tuttavia, durante il viaggio negli Stati Uniti, Luigi Napoleone ricevette la notizia che la salute della madre declinava rapidamente e, pertanto, si affrettò a tornare in Svizzera clandestinamente; raggiunse Arenenberg appena in tempo per vedere la madre spirare il 5 ottobre 1837; fu sepolta nella Reuil, in Francia, vicino a Josephine, l’11 gennaio 1838, ma Luigi Napoleone non poté partecipare ai funerali, perché non era gradito in Francia.

Secondo tentativo di colpo di stato

Sebbene vivesse negli agi di Londra, Luigi Napoleone non aveva rinunciato al sogno di tornare in Francia per completare il suo destino: infatti, nell’estate del 1840, comprò armi e uniformi, raccolse un contingente di circa sessanta uomini armati, noleggiò una nave chiamata Edinburgh-Castle e il 6 agosto 1840 raggiunse il porto di Boulogne. Tuttavia i rivoltosi furono fermati dagli agenti doganali, i soldati della guarnigione rifiutarono di aderire e gli stessi rivoltosi furono circondati sulla spiaggia: uno fu ucciso, gli altri arrestati mentre sia la stampa britannica, quanto quella francese, coprirono di ridicolo Luigi Napoleone e il suo colpo di stato.

Arrestato, Luigi Napoleone fu tradotto alla fortezza di Ham ove il 7 ottobre del 1840 fu registrato come nuovo prigioniero con le seguenti generalità: «Età: 32 anni; altezza: un metro e sessantasei; capelli e sopracciglia: castani; occhi: grigi e piccoli; naso: largo; bocca: ordinaria; barba: marrone; mento: pronunciato; viso: ovale; carnagione: pallida; testa affondata nelle spalle, larghe spalle; labbra: sottili». In questo periodo, inoltre, mantenne un’amante, una giovane donna di nome Éléonore Vergeot della vicina città, che diede i natali a due dei suoi figli.

In prigione scrisse poesie, saggi politici e articoli sui temi più disparati; contribuì con articoli su giornali e riviste in tutta la Francia, ottenendo una certa notorietà; il suo libro più noto fu L’estinzione della povertà (1844), un saggio sulle cause della povertà della classe operaia francese, con proposte per eliminarla. Propose, inoltre, la creazione di un sistema bancario e di risparmio popolare e di creare vere e proprie colonie agricole allo scopo di dare sollievo alla popolazione più povera; grazie a tali opere, divenne noto presso il pubblico e contribuì a creare un’immagine di persona vicina agli interessi dei ceti più umili.

Nonostante l’impegno, restava infelice e impaziente specie quando, il 15 dicembre 1840, non poté assistere al ritorno a Parigi della salma di Napolone I. Il 25 maggio 1846, con l’assistenza del suo medico e altri complici, si travestì come operaio ed evase dal carcere; prese una carrozza e poi una nave che lo portò in Inghilterra. Un mese dopo la sua fuga, il padre Luigi morì, rendendo Luigi Napoleone l’erede incontestato della dinastia Bonaparte.

Ritornato a Londra, riprese rapidamente il suo posto nell’alta società inglese: viveva in King Street a St James, frequentava il teatro ed era solito andare a caccia; rinnovò la sua conoscenza con Benjamin Disraeli, incontrò Charles Dickens e tornò ai suoi studi presso il British Museum. In questo periodo ebbe una relazione con l’attrice Rachel, una delle più famose interpreti del teatro francese del periodo e anche con la ricca ereditiera Harriet Howard (1823-1865). Aveva conosciuto la Howard nel 1846, poco dopo il suo ritorno in Inghilterra e presto cominciò una lunga convivenza da cui ebbe due figli illegittimi oltre a cospicui finanziamenti per i suoi progetti politici.

Rivoluzione del 1848

Nel febbraio del 1848, Luigi Napoleone apprese la notizia che lo scoppio della Rivoluzione francese aveva costretto re Luigi Filippo, inabile a fronteggiare un così vasto dissenso tra la popolazione e l’esercito, ad abdicare.

La rivoluzione del febbraio 1848 che forzò re Luigi Filippo ad abdicare, aprì le porte per il ritorno in Francia di Luigi Napoleone.

La rivoluzione del febbraio 1848 che forzò re Luigi Filippo ad abdicare, aprì le porte per il ritorno in Francia di Luigi Napoleone.

Deciso a cogliere l’occasione, Luigi Napoleone lasciò Londra e tornò in Francia, giungendo a Parigi poco dopo la proclamazione della Seconda Repubblica e la nascita di un governo provvisorio, guidato dal poeta Alphonse de Lamartine che, tuttavia, era minato da contrasti tra le diverse fazioni repubblicane.

Subito, scrisse a Lamartine per annunciare il suo arrivo, dichiarando di non aver altra ambizione oltre a quella di servire la nazione ma Lamartine declinò l’invito e fece pressioni affinché Luigi Napoleone lasciasse provvisoriamente Parigi fino alle elezioni per l’Assemblea Nazionale; pertanto, sebbene alcuni suoi collaboratori lo invitassero a prendere il potere con la forza, Luigi Napoleone preferì tornare a Londra il 2 marzo e osservare gli eventi.

Alle elezioni parlamentari, tenutesi nell’aprile del 1848, decise di non candidarsi e rimase in disparte osservando il successo di tre membri della famiglia Bonaparte, Girolamo Napoleone, Pietro Napoleone e Napoleone Luciano Murat.

Si candidò, invece, all’Assemblea nazionale costituente (4 giugno) e vinse in quattro diversi dipartimenti, mentre a Parigi fu tra i cinque candidati più votati, subito dopo il leader conservatore Adolphe Thiers e Victor Hugo, ottenendo vasti consensi tra i contadini e la classe operaia, grazie anche alla forte diffusione del pamphlet L’estinzione della povertà.

Timorosi di questo successo, i leader conservatori del governo provvisorio, Lamartine e Cavaignac, considerarono l’opzione di arrestarlo per attività sovversive rivoluzionarie ma Luigi Napoleone li disarmò scrivendo che non intendeva fare in modo che la sua semplice presenza potesse servire come pretesto per i nemici della Repubblica e, pertanto, rinunziò al seggio e lasciò la capitale.

Il 23 giugno, scoppiò, su iniziativa dell’estrema sinistra, l’Insurrezione di Giugno e Parigi fu costellata da centinaia di barricate: il generale Cavaignac, ministro della difesa, prima ritirò le sue truppe dalla capitale, poi, ottenuti rinforzi, ingaggiò violenti scontri per le strade dei quartieri popolari della città, stroncando definitivamente ogni moto insurrezionale; la rivolta durò due giorni e si stima che portò alla morte di 5.000 insorti mentre altri 19.000 subirono l’arresto o la deportazione nelle colonie.

L’assenza da Parigi, permise a Luigi Napoleone di essere considerato dall’opinione pubblica come persona estranea sia alla rivolta quanto alla repressione; da Londra annunziò la propria ricandidatura (in ben 13 dipartimenti) alle elezioni legislative intermedie del 17-18 settembre 1848: vinse in cinque dipartimenti e a Parigi ottenne oltre 110.000 voti su 247.000, risultando il candidato più votato. Tornato a Parigi il 24 settembre, accettò il seggio e prese il suo posto all’Assemblea Nazionale.

Ascesa al potere

Luigi Napoleone al tempo della candidatura a Presidente della Repubblica.

Luigi Napoleone al tempo della candidatura a Presidente della Repubblica.

Sempre nel mese di settembre, la commissione (che tra i suoi componenti annoverava anche Alexis de Tocqueville) aveva terminato di redigere una nuova costituzione, caratterizzata dalla presenza di un esecutivo forte e di un presidente eletto per quattro anni con voto popolare, mediante suffragio universale maschile (prima volta in Francia); contestualmente a ciò, furono fissate per il 10-11 dicembre le elezioni per la carica di Presidente della Repubblica.

Luigi Napoleone annunziò prontamente la sua candidatura alle elezioni presidenziali, affrontando la concorrenza di altri quattro candidati: il generale Louis-Eugène Cavaignac, il ministro della Difesa, che aveva guidato la soppressione delle rivolte giugno a Parigi; Lamartine, il poeta-filosofo e capo del governo provvisorio; Alexandre Auguste Ledru-Rollin, il leader dei socialisti; e Raspail, il leader dell’ala sinistra dei socialisti.

Per la campagna elettorale, Luigi Napoleone stabilì il suo quartier generale presso l’Hôtel du Rhin in Place Vendôme, accompagnato dalla sua amica, Harriet Howard, che gli aveva dato un grande prestito per finanziare la sua campagna; partecipava raramente ai voti e alle sessioni dell’Assemblea Nazionale, né tanto meno poteva essere considerato un oratore di talento: parlava lentamente, con voce monotona, con un lieve accento tedesco dovuto alla sua formazione svizzera e, perciò, i suoi avversari lo deridevano, dicendo che fosse “un tacchino che si crede un’aquila.”.

Nel corso della campagna elettorale fece appello sia a istanze conservatrici, sia a istanze riformiste: infatti, nel suo manifesto elettorale, riaffermò il suo sostegno per la “religione, la famiglia, la proprietà” considerate come “la base eterna di ogni ordine sociale” ma, al contempo, annunciò che avrebbe attuato piani per favorire l’occupazione, garantito pensioni di vecchiaia ai lavoratori e introdotto riforme adeguate che, senza rovinare i ricchi, avrebbero garantito il benessere di tutti.

I suoi agenti in campagna, molti dei quali veterani dell’Esercito di Napoleone Bonaparte, riuscirono a garantire un forte supporto da tutto il paese; inoltre, ottenne l’appoggio, sia pure riluttante, del leader conservatore, Adolphe Thiers (“di tutti i candidati, il meno peggio”) e anche il sostegno dell’L’événement, il quotidiano di Victor Hugo. In ogni caso, il suo avversario principale, generale Cavaignac, era convinto che, se anche Luigi Napoleone fosse arrivato primo, non avrebbe mai ottenuto oltre il cinquanta per cento dei voti e che questo avrebbe comportato che l’Assemblea nazionale, dove Cavaignac aveva maggiori consensi, avrebbe dovuto scegliere tra i due candidati più votati.

Le elezioni si tennero il 10-11 dicembre, e i risultati furono annunciati il 20 dicembre; sebbene fosse stato previsto che avrebbe ottenuto il maggior consenso, la dimensione della vittoria sorprese quasi tutti: ottenne, infatti, 5.572.834 voti, pari al 74,2 per cento dei voti espressi, a fronte di 1.469.156 voti per Cavaignac; il socialista Ledru-Rollin ricevette 376.834 voti; il candidato di estrema sinistra Raspail, 37.106 voti; il poeta Lamartine 17.000 voti. Luigi Napoleone ottenne il sostegno di ogni ceto: contadini scontenti per l’aumento dei prezzi, lavoratori disoccupati, piccoli imprenditori che volevano prosperità e ordine e anche intellettuali come Victor Hugo; ottenne il 55,6 per cento dei voti di tutti gli elettori iscritti e arrivò primo in tutti i dipartimenti, tranne quattro.

Presidente della Repubblica (1848-1852)

Appena eletto, Luigi Napoleone trasferì la sua residenza nel Palazzo dell’Eliseo e, non curandosi della raccomandazione di Adolphe Thiers di restare fedele alla semplicità democratica, appese nel boudoir un ritratto della madre e, nel salone, uno dell’incoronazione di Napoleone Bonaparte mentre per sé preferì indossare la divisa di generale della guardia repubblicana e assumere il titolo di “Principe-presidente”

In politica estera, Luigi Napoleone inaugurò la propria presidenza, lui che da giovane si era unito alla rivolta patriottica contro gli Austriaci, sostenendo la spedizione francese (già approvata dal precedente governo) che avrebbe dovuto restaurare l’autorità temporale del Papa Pio IX, deposto dalla Repubblica Romana, che aveva come principale capo politico Mazzini, con Garibaldi che deteneva il comando militare.

Le truppe francesi, sbarcate a Civitavecchia, avanzarono fino a Roma dove ingaggiarono violenti scontri contro le truppe di Garibaldi; tale atto, non concordato con i ministri, gli attirò vasti consensi dal mondo cattolico ma, al contempo, fece infuriare i repubblicani più radicali e questo costrinse il presidente ad attuare una politica di compromesso e mediazione: infatti, per garantirsi il sostegno dei cattolici, approvò la Legge Falloux, che restituì un ruolo maggiore alla Chiesa nel sistema educativo francese; al contempo, per non perdere il sostegno di sinistra, fece forti pressioni sul Papa affinché attuasse riforme e concedesse un’amnistia ai seguaci della repubblica.

Il 13-14 maggio del 1849, le nuove elezioni all’Assemblea Nazionale furono ampiamente vinte da una coalizione di repubblicani conservatori e cattolici filo-monarchici, unita nel “Parito dell’Ordine” di Adolphe Thiers; i repubblicani radicali, socialdemocratici e socialisti, guidati da Ledru-Rollin e Raspail, ottennero 200 seggi; i repubblicani moderati, principale sostegno del presidente, presero solo 70 seggi; in altri termini, il parlamento era controllato da una salda maggioranza conservatrice che avrebbe potuto bloccare ogni iniziativa del presidente.

L’11 giugno 1849 socialisti e repubblicani radicali tentarono di prendere il potere militarmente: Ledru-Rollin, dal suo quartier generale nel Conservatorio di Arti e Mestieri, reclamò la messa in stato d’accusa del presidente e cercò di istigare una sollevazione generale; furono erette alcune barricate ma il presidente agì rapidamente, dichiarando lo stato d’assedio, fecendo circondare il quartier generale della rivolta e infine arrestando tutti i capi della stessa, tra cui Raspail, mentre Ledru-Rollin fuggiva in Inghilterra.

Repressa la rivolta, i deputati repubblicani socialisti furono dichiarati decaduti dall’assemblea, mentre Thiers propose un disegno di legge che, ponendo il requisito della residenza di tre anni, avrebbe escluso dal diritto di voto 3.5 su 9 milioni di votanti (“la moltitudine vile, come fu definita”).

Sebbene la nuova legge elettorale fosse stata approvata nel maggio del 1850 con 433 voti favorevoli e 241 contrari, Luigi Napoleone si oppose alla ratifica e, assicurandosi l’appoggio dell’esercito e di parte della popolazione, richiese che vi fossero apportati emendamenti correttivi; tale iniziativa, tuttavia, fu bocciata dall’Assemblea nazionale con 355 voti contrari su 348 favorevoli.

Secondo la costituzione del 1848, Luigi Napoleone si sarebbe dovuto dimettere alla scadenza del mandato ma egli, sostenendo che quattro anni non erano stati sufficienti ad attuare il proprio programma politico ed economico, fece un tour per tutto il paese, guadagnò il sostegno di molti governi regionali e deputati al fine di poter ottenere la possibilità di concorrere a un secondo mandato; tale proposta, nel luglio del 1851, ottenne 446 voti favorevoli e 278 contrari ma mancò di poco la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la costituzione e, pertanto, fu rigettata.

Colpo di Stato

Fallito il tentativo di consolidare il proprio potere mediante la riforma costituzionale, Luigi Napoleone decise di preparare un colpo di stato: coadiuvato dal fratellastro, Charles Auguste e dai suoi consiglieri, si assicurò l’appoggio del generale Jacques Leroy de Saint Arnaud, comandante delle forze francesi in Algeria e di altri ufficiali al fine di ottenere il supporto dell’esercito.

Nella notte del 2 dicembre, anniversario della battaglia di Austerlitz, e dell’incoronazione di Napoleone a imperatore, i soldati di San Arnaud occuparono, senza colpo ferire, l’ufficio nazionale della stampa, il Palais Bourbon, le redazioni dei giornali e i punti strategici della città; al mattino, tutta Parigi fu tappezzata di manifesti che annunziavano lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, il ripristino del suffragio universale, la convocazione di nuove elezioni e la proclamazione dello stato d’assedio. Poche furono le proteste: sedici deputati furono immediatamente arrestati nella notte, altri 220, quelli appartenenti alla destra moderata che si erano raccolti al municipio del decimo arrondissement, subirono lo stesso destino dei primi.

Il 3 dicembre, Victor Hugo e pochi altri repubblicani cercarono di organizzare un’insurrezione: furono erette alcune barricate ma gli insorti, poche migliaia, non furono in grado di reggere la controffensiva degli oltre 30 mila soldati mobilitati e subirono oltre 400 morti; altre città seguirono l’esempio di Parigi ma non ebbero miglior fortuna e in sintesi, entro il 10 dicembre, ogni tumulto fu schiacciato. Poco dopo, l’11 dicembre, Hugo, antico sostenitore dello stesso Napoleone, decise di recarsi in esilio a Bruxelles e per oltre vent’anni rifiutò di fare ritorno in Francia.

Dopo il colpo di stato, Luigi Napoleone intraprese una capillare opera di repressione di ogni dissenso ordinando l’arresto di oltre 26.000 persone (4.000 solo a Parigi): 239 detenuti, considerati i più pericolosi, furono trasferiti alla colonia penale di Caienna, 9.539 in Algeria, 1.500 furono esiliati e infine 3.000 posti agli arresti domiciliari; dopo alcuni mesi, tuttavia, una commissione speciale liberò 3.000 detenuti ma solo nel 1859 gli ultimi 1.800 prigionieri o esiliati ricevettero l’amnistia (tranne il leader repubblicano Ledru-Rollin che fu invitato a lasciare la Francia).

In ogni caso, per garantirsi comunque una forma di investitura popolare, il 20-21 dicembre, i cittadini furono invitati a votare, con un plebiscito, se approvassero o meno il colpo di stato; il responso delle urne, sebbene con forti condizionamenti (non furono pochi i sindaci che minacciarono di pubblicare i nomi degli astenuti), fu schiacciante: 7.439.216 sì, 641.737 no; l’astensione fu di 1,7 milioni di votanti.

Il crepuscolo della Repubblica

Il Principe-presidente nel 1852, dopo il colpo di stato.

Il Principe-presidente nel 1852, dopo il colpo di stato.

All’inizio del 1852, Luigi Napoleone incaricò una commissione di 80 giuristi di preparare una nuova costituzione che attribuiva a Luigi Napoleone la rielezione a presidente, la possibilità di concorrere per altri mandati decennali (senza alcun limite), il potere di dichiarare guerra, firmare trattati, formare alleanze e promuovere disegni di legge; la carta, inoltre, ripristinava il suffragio universale e l’Assemblea nazionale, la cui autorità fu però ridimensionata.

In seguito, per meglio controllare il dissenso, Luigi Napoleone sequestrò le proprietà che erano state di re Luigi Filippo, ridusse il ruolo della Guardia Nazionale (molti dei suoi membri, in effetti, si erano uniti alle proteste contro il colpo di stato), impose ai pubblici funzionari l’obbligo di indossare la divisa nelle circostanze ufficiali e infine attribuì al ministro della pubblica istruzione il potere di rivedere il contenuto dei corsi universitari nonché di licenziare quei professori che non avessero dato prova di fedeltà al regime.

Il 17 febbraio del 1852, inoltre, un decreto presidenziale impose una stretta censura sulla stampa, proibendo ogni pubblicazione politica attuata senza il preventivo assenso del governo, aumentando le pene pecuniarie e inasprendo i reati di opinione al punto che un giornale poteva essere colpito dalla sospensione temporanea o permanente delle pubblicazioni dopo appena tre diffide.

Infine, il 29 febbraio si svolsero le elezioni per il rinnovo della Assemblea Nazionale: di otto milioni di aventi diritto, 5.200.000 voti andarono ai candidati ufficiali (ampiamente sovvenzionati con danaro pubblico), 800.000 ai candidati dell’opposizione; circa un terzo degli aventi diritto al voto si astennero; in tutto, i candidati governativi ottennero 253 seggi, 7 i monarchici e appena 3 i repubblicani.

Non pago dei nuovi poteri attribuitigli, Luigi Napoleone decise di organizzare un tour per tutta la nazione al fine di consolidare la propria autorità e, infine, trasformare la repubblica in Secondo Impero: a Marsiglia pose la prima pietra per una nuova cattedrale, istituì una borsa e una camera di commercio e a Bordeaux, il 9 ottobre del 1852, per la prima volta rese evidente l’intenzione di restaurare l’impero.

Di ritorno a Parigi, Luigi Napoleone fu accolto da manifestazioni e scritte, più o meno spontanee, “Per Napoleone III, imperatore”; poco dopo un senato-consulto ristabilì la dignità imperiale e il 21-22 novembre un secondo plebiscito sanciva il seguente responso: 7.824.129 voti favorevoli all’impero, contrari 253.159 (due milioni gli astenuti).

Imperatore

Il 2 dicembre del medesimo anno, la Seconda Repubblica fu dichiarata ufficialmente conclusa; nasceva così il Secondo Impero Francese: il Principe-presidente Luigi Napoleone assunse il titolo di Napoleone III mentre la carta costituzionale del 1852 fu lasciata in vigore, semplicemente la parola “Presidente” fu sostituita da quella di “Imperatore dei Francesi”.

Politica economica

Una delle prime priorità di Napoleone III fu la modernizzazione dell’economia francese, piuttosto arretrata rispetto a quella del Regno Unito o di alcuni stati tedeschi come la Prussia, secondo un impianto “dirigistico” che vedeva nello Stato il motore benevolo per l’intero organismo sociale tramite la costruzione di infrastrutture e garantendo un’efficiente istruzione.

Tale impianto dirigistico, inoltre, secondo le idee dell’Imperatore, si doveva combinare a una politica liberista dal momento che solo l’apertura dei mercati, stimolando la concorrenza, avrebbe costretto i privati a investire capitali per ottenere una maggiore efficienza del processo produttivo.

Tale programma, sebbene osteggiato dalla parte più conservatrice del mondo produttivo, fu implementato nel 1860 quando l’Imperatore decise di inviare a Londra il suo principale consigliere economico, Micheal Chevalier, al fine di negoziare una graduale riduzione dei dazi doganali; il trattato, siglato in segreto il 23 gennaio del 1860, causò lo scontento di oltre 400 imprenditori che protestarono duramente a Parigi ma Napoleone rifiutò di considerare un’attenuazione dei provvedimenti: prima furono abbassati i dazi per i prodotti manifatturieri in acciaio e in seguito quelli per il grano e altre risorse agricole. Nel complesso, la riduzione delle tariffe doganali costituì un forte impulso al rinnovamento del sistema produttivo e presto l’Imperatore negoziò simili trattati commerciali anche con il Belgio, i Paesi Bassi e altre nazioni.

Va poi aggiunto che il periodo storico ben si prestava all’espansione economica: infatti, la Corsa all’Oro in California e in Australia aveva stimolato una moderata inflazione europea mentre al contempo la Francia beneficiava di una forte crescita demografica (dovuta al fatto che avevano raggiunto la maggiore età coloro i quali erano nati durante il “boom delle nascite” avvenuto nel corso della Restaurazione).

Di tale crescita economica, sensibile a partire dal 1852, è segno la nascita di numerosi istituti di credito: in questo periodo, infatti, nacque Crédit Mobilier, specializzato nella concessione di prestiti e obbligazioni sia ai privati, sia al governo; poi, nel 1863, fu fondato il Crédit Lyonnais e, infine, la Société Generale nel 1864.

Agli inizi dell’Impero, la rete ferroviaria francese contava appena 3.500 chilometri di linea, a fronte dei 10 mila chilometri in Inghilterra e 800 chilometri in Belgio, un paese venti volte più piccolo di Francia. Napoleone III, ritenendo che lo sviluppo ferroviario fosse necessario per garantire la crescita economica, sin dal 1852, fece avviare un progetto che unisse tutte le linee, diverse e separate, dirette verso Parigi; in seguito, per stimolare l’iniziativa privata, il governo fornì garanzie per i prestiti contratti dalle compagnie private ed esortò le singole società ferroviarie a fondersi tra loro (tanto che se nel 1848 in Francia operavano ben 18 compagine ferroviarie, nel 1870 il numero era calato a 6). Tali misure ebbero certamente un notevole successo se si considera che, nel 1870, la Francia aveva oltre 20 mila chilometri di linea ferroviaria che, garantendo i collegamenti verso i porti e i sistemi ferroviari dei paesi vicini, permetteva il trasporto superiore ai cento milioni di passeggeri l’anno oltre che di innumerevoli merci e risorse..

Oltre alla rete ferroviaria, il governo riservò notevoli attenzione anche alla marina mercantile: furono ampliati i porti di Marsiglia e Le Havre, poi, grazie a forti sovvenzioni pubbliche, il tonnellaggio delle navi a vapore fu triplicato tanto che, nel 1870, la flotta francese era seconda solo a quella inglese; infine, non va trascurato che l’appoggio di Napoleone III fu essenziale per garantire il buon esito della costruzione del Canale di Suez, la cui costruzione fu finanziata da azioni immesse sul mercato azionario di Parigi e fu diretta da un ex-diplomatico francese, Ferdinand de Lesseps.

Per quanto riguarda il commercio, esso ricevette notevole stimolo non solo dal miglioramento delle infrastrutture ma anche dalla ricostruzione del centro storico di Parigi: infatti, già nel 1852, fu aperto il Bon Marché, il primo grande emporio commerciale; presto il suo fatturato si espanse da 450 mila franchi a oltre 28 milioni annui permettendo al suo fondatore, Aristide Boucicault, di commissionare un secondo edificio in vetro e ferro, disegnato da Louis-Charles Boileau e Gustave Eiffel, prototipo del centro commerciale odierno. Sull’esempio del Bon Marché, furono aperti altri magazzini commerciali: Printemps nel 1865, e La Samaritaine nel 1870, generando un modello economico che presto sarebbe stato largamente imitato.

Oltre ai centri commerciali, in questo periodo, sorsero anche le prime biblioteche pubbliche, mentre Louis Hachette aprì le prime librerie nelle stazioni ferroviarie, garantendo una più ampia circolazione dei libri per tutta la Francia.

Gli esiti di questo profondo programma economico non si fecero attendere: durante l’Impero, la produzione industriale francese aumentò del 73% (con una crescita seconda solo a quella inglese); dal 1850 al 1857, l’economia crebbe a un ritmo del 5% annuo mentre le esportazioni crebbero del 60% tra il 1855 e il 1870.

Anche l’agricoltura fece numerosi progressi: infatti, la creazione di scuole pubbliche specializzate permise la diffusione di nuove tecniche di coltivazione mentre la ferrovia garantì un maggiore scambio di prodotti; come risultato, durante l’Impero, la produzione crebbe del 60%, nonostante la percentuale di popolazione dedita all’agricoltura calasse dal 61% del 1851 al 54% del 1870; il progresso fu tale che l’ultima carestia, registrata sul suolo francese, è datata al 1855 (escludendo la penuria di viveri durante la seconda guerra mondiale).

In ogni caso, lo sviluppo economico non interessò l’intera popolazione: difatti, sebbene il salario medio fosse cresciuto del 45%, questo appena faceva fronte all’aumento dell’inflazione e ciò impediva a larga parte del ceto operaio e contadino di risparmiare o aprire un conto corrente bancario, il cui aumento, da 742.889 nel 1852 a 2.079.141 nel 1870, è principalmente dovuto alla crescita di un ceto medio di impiegati e piccolo-borghesi.

Operazioni iniziali

Quando la Francia entrò in guerra, vi furono manifestazioni patriottiche per le strade di Parigi, con la folla che cantava la Marsigliese e urlava “A Berlino! A Berlino!”. Tuttavia, Napoleone era malinconico, affermava che la guerra sarebbe stata lunga e difficile e che non si aspettava di tornare dal momento che si sentiva troppo anziano per una campagna militare.

Nonostante le precarie condizioni di salute, l’Imperatore decise comunque di assumere il comando supremo dell’esercito e il 28 luglio, accompagnato dal principe ereditario, quattordicenne, e da uno staff militare, partì da Saint-Cloud, lasciando il governo alla moglie, Eugenia, in qualità di reggente.

Sin dalle origini, l’esercito francese mostrò una notevole impreparazione: l’alto comando riuscì a mobilitare duecentomila soldati lungo un fronte di 250 chilometri soffocando l’intera rete stradale e ferroviaria; spesso gli ufficiali non erano in grado di trovare le unità, né le unità i loro comandanti, dal momento che nessuno era stato dotato di mappe del territorio francese, né era stato redatto un preciso piano di battaglia.

Al contrario, Von Moltke e l’esercito tedesco, grazie all’esperienza acquisita durante la guerra contro l’Austria, furono in grado di muovere in modo efficace tre eserciti (per un totale di 518.000 uomini) lungo un fronte si appena 120 chilometri; inoltre, i soldati tedeschi erano sostenuti da una riserva sostanziale della Landwehr (difesa territoriale), con 340.000 uomini, e da una riserva aggiuntiva di 400.000 guardie territoriali.

Il 2 agosto, Napoleone e il principe imperiale accompagnarono l’esercito francese in un attraversamento provvisorio del confine verso la città di Saarbrücken; vinta una piccola scaramuccia, l’esercito proseguì la sua lenta avanzata; Napoleone III, molto malato, non era in grado di guidare il suo cavallo e dovette sostenersi appoggiandosi contro un albero. Nel frattempo, i Tedeschi concentrarono un esercito molto più grande lungo il fronte dell’Alsazia e della Lorena: il 4 agosto 1870 travolsero una divisione francese in Alsazia nella Battaglia di Wissembourg (in tedesco: Weissenburg), costringendola a ritirarsi; il giorno seguente, vinsero un’altra unità francese nella Battaglia di Spicheren in Lorena.

Il 6 agosto, 140.000 Tedeschi attaccarono 35.000 soldati francesi nella Battaglia di Wörth: tale battaglia, sebbene combattuta con accanimento e valore da parte delle truppe francesi (le quali, più volte, tentarono di sfondare le linee nemiche), si tramutò in una grave sconfitta con la perdita di quasi metà degli effettivi tra morti, feriti e prigionieri. Tale scontro, inoltre, evidenziò la forte superiorità tedesca, tanto nella logistica quanto nelle comunicazioni e nell’efficienza dello Stato maggiore; infine, l’artiglieria tedesca (cannone da campo C64 Krupp), in acciaio e a retrocarica, risultò estremamente più precisa e maneggevole degli ormai antiquati cannoni in bronzo ad avancarica francese.

Non appena la notizia delle sconfitte raggiunse Parigi, causò incredulità e sgomento: il primo ministro Ollivier e i vertici dello Stato maggiore si dimisero, l’Imperatrice reggente nominò, quale nuovo primo ministro, il generale Cousin-Mountaban, già comandante del corpo di spedizione in Cina, il quale, a sua volta, nominò François Achille Bazaine nuovo capo di Stato maggiore. L’Imperatore, ritenendo di non essere utile al fronte, meditò il ritorno nella capitale, ma l’Imperatrice e il governo gli consigliarono di restare onde evitare che la notizia del suo rientro potesse essere interpretata come un segnale di sconfitta.

Con l’Imperatrice a dirigere il Paese e Bazaine comandare l’esercito, l’Imperatore non aveva più alcun vero ruolo da svolgere, tanto da affermare al maresciallo Le Bœuf, precedente capo di Stato maggiore: «Siamo stati tutti e due licenziati».

Il 18 agosto 1870, ebbe luogo la Battaglia di Gravelotte (in Lorena), la più grande del conflitto: i Tedeschi, pur avendo subito 20.000 perdite, assai più dei 12.000 Francesi, emersero vincitori, riuscendo a costringere le forze del maresciallo Bazaine, 175.000 soldati, sei divisioni di cavalleria e cinquecento cannoni, a rinchiudersi nella piazzaforte di Metz, incapaci di muoversi.

Dopo la sconfitta di Gravellotte, Napoleone tenne un consiglio di guerra a Châlons-sur-Marne, alla presenza del maresciallo Patrice de Mac-Mahon e in contatto con il primo ministro, l’Imperatrice e il Bazaine, ma le idee furono discordanti: l’Imperatore e MacMahon proposero di spostare il loro esercito più vicino a Parigi, per proteggere la città, ma il 17 agosto Bazaine, con l’assenso dell’Imperatrice e del primo ministro, telegrafò all’Imperatore chiedendo di rinunciare all’idea e di tentare una controffensiva verso Metz contro le truppe prussiane, ritenute esaurite. L’Imperatore, dunque, inviò il principe ereditario a Parigi e intraprese la controffensiva, sebbene l’esercito fosse demoralizzato.

Il piano della controffensiva sarebbe dovuto restare segreto, ma fu pubblicato sulla stampa francese e quindi divenne noto anche al comando tedesco: il comandante tedesco, Helmuth von Moltke, comandò alle due armate prussiane che marciavano verso Parigi di voltarsi per inseguire l’esercito di Mac-Mahon. Il 30 agosto un corpo d’armata di Mac-Mahon fu attaccato dai Tedeschi a Beaumont, perdendo cinquecento uomini e quaranta cannoni; il generale francese, credendo che la strada fosse sbarrata dall’esercito prussiano, decise di fermarsi e di riorganizzare le sue forze presso la città fortificata di Sedan, nelle Ardenne, vicino al confine con il Belgio.

Battaglia di Sedan

MacMahon giunse a Sedan con centomila soldati non sapendo che due armate tedesche stavano avvicinando alla città, uno da ovest e l’altro da est, bloccando ogni via di fuga. I Tedeschi arrivarono il 31 agosto e il 1 ° settembre occuparono le alture intorno alla città, collocarono batterie di artiglieria (circa 700 bocche da fuoco) e cominciarono a bombardare le posizioni francesi sottostanti.

Il 1º settembre, alle cinque del mattino, MacMahon fu gravemente ferito al fianco da una granata tedesca; il suo sostituto, generale Wimpffen, lanciò una serie di cariche di cavalleria allo scopo di rompere l’accerchiamento ma, nonostante il valore delle truppe e la perdita di oltre 17.000 uomini tra morti e feriti e la cattura di 21.000 prigionieri, le linee prussiane rimasero intatte.

Nel corso della battaglia, l’Imperatore rimase sostanzialmente inerte limitandosi a perlustrare le posizioni francesi (nel corso di tali movimenti fu ucciso un ufficiale della sua scorta e ne furono feriti altri due) e il medico che lo accompagnava scrisse così sul suo diario: «Se quest’uomo non è venuto qui per uccidere se stesso, non so cosa sia venuto a fare. Non l’ho visto impartire un ordine per tutta la mattina».

Finalmente, all’una del pomeriggio, Napoleone emerse dal suo sogno a occhi aperti e diede l’ordine issare la bandiera bianca sopra la cittadella; in seguito, inviò un messaggio personale al re di Prussia, presente a Sedan, scrivendo quanto segue: «Mio Signor fratello, non essendo in grado di morire alla testa delle mie truppe, nulla resta per me, se non mettere la mia spada nelle mani di Sua Maestà».

Anni dopo, quando fu accusato di essersi vergognosamente arreso al nemico, scrisse: «Alcuni credono che, seppellendo noi stessi sotto le rovine di Sedan, avremmo meglio servito il mio nome e la mia dinastia. È possibile. Anzi, tenere in mano la vita di migliaia di uomini e non fare alcun segnale di salvare le loro vite era qualcosa che andava ben oltre la mia capacità […] il mio cuore ha rifiutato queste grandezze sinistre»

Alle sei del mattino del 2 settembre, accompagnato da quattro generali del suo personale, Napoleone fu condotto al quartier generale tedesco di Donchery, dove si aspettava di incontrare re Guglielmo; fu accolto, invece, dal cancelliere Bismarck e dal comandante tedesco, generale von Moltke, i quali dettarono le condizioni della resa.

Napoleone chiese che il proprio esercito, disarmato, potesse attraversare il Belgio ma Bismarck rifiutò la proposta e ingiunse all’IUmperatore di firmare i documenti preliminari per un trattato di pace; questa volta fu Napoleone a rifiutare sostenendo che il compito di negoziare la resa sarebbe spettato al governo e alla moglie, l’imperatrice Eugenia, in carica come reggente.

In seguito, fu trasferito al castello di Bellevue, dove ricevette la visita del re di Prussia e al quale disse di non aver voluto la guerra ma di essere stato costretto sotto il peso della opinione pubblica; re Guglielmo, cortesemente, concordò. La sera, Napoleone scrisse all’imperatrice Eugenia: «È impossibile per me dire quello che ho sofferto e quello che sto soffrendo ora […] avrei preferito la morte a una capitolazione così disastrosa, eppure, sotto le attuali circostanze, è stato l’unico modo per evitare il massacro di sessantamila persone. Se solo tutti i miei tormenti fossero concentrati qui! Io penso a te, a nostro figlio e al il nostro Paese infelice»

La fine dell’Impero

La notizia della capitolazione, raggiunse Parigi il 3 settembre, confermando le voci che già circolavano in città; non appena l’imperatrice ricevette la notizia, ella reagì urlando: «No! Un imperatore non si arrende! È morto! … Stanno cercando di nasconderlo a me! Perché non si è suicidato! Non sa che così ha disonorato lui stesso?».

Poco dopo, una folla ostile cominciò ad accerchiare il palazzo imperiale e l’Imperatrice, abbandonata ormai anche dal personale, decise di cercare rifugio dal suo dentista americano il quale la portò a Deauville. Da lì, il 7 settembre, grazie alla nave di un ufficiale britannico, raggiunse l’Inghilterra.

Il 4 settembre, un gruppo di deputati repubblicani, guidati da Léon Gambetta, si riunirono presso l’Hôtel de Ville (municipio) di Parigi e proclamarono il ritorno della Repubblica e la creazione di un governo di difesa nazionale: il Secondo Impero di Napoleone III era finito.

Esilio e morte

Napoleone III dopo la morte, di R & E Taylor.

Napoleone III dopo la morte, di R & E Taylor.

Dopo la Battaglia di Sedan, dal 5 settembre 1870 al 19 marzo 1871, Napoleone III e il suo entourage furono tenuti in custodia in un castello a Wilhelmshöhe, nei pressi di Kassel.

Durante la prigionia, l’ormai ex-Imperatore ricevette spesso le visite della moglie, si dedicò alla scrittura di lettere e trattati politici mentre cercava di promuovere un suo eventuale ritorno al potere; tuttavia, sebbene alle elezioni dell’8 febbraio 1871 partecipassero anche candidati bonapartisti, questi ottennero solo cinque seggi, né poterono impedire che, il 1º marzo, l’Imperatore fosse dichiarato ufficialmente deposto.

Finita la guerra, Bismarck rilasciò Napoleone il quale, insieme alla moglie e al figlio, decise di andare in esilio in Gran Bretagna ma, avendo fondi limitati, fu costretto a vendere gran parte delle sue proprietà e dei gioielli. Giunto a Londra nel marzo del 1871, l’ex-Imperatore e la sua famiglia si stabilirono a Camden Palace, una grande casa di campagna, sita nel villaggio di Chislehurst, distante una mezz’ora di treno da Londra. A Camden Palace, Napoleone trascorse il tempo a scrivere e a progettare un modello di stufa, mantenendosi assai distante dalla politica (sebbene ricevesse la visita della regina Vittoria)

Tuttavia, nell’estate del 1872, la sua salute iniziò a peggiorare: i medici raccomandarono un intervento chirurgico al fine di rimuovere i calcoli biliari; Napoleone fu operato due volte ma, poco dopo il secondo intervento, si ammalò gravemente; morì il 9 gennaio del 1873 dopo aver domandato agli astanti se gli ufficiali francesi si fossero comportati da codardi a Sedan.

In origine fu sepolto a Chislehurst, presso la chiesa cattolica di Santa Maria; tuttavia, dopo che suo figlio, un ufficiale dell’esercito britannico, morì nel 1879 combattendo contro gli Zulu in Sud Africa, Eugenia decise di costruire un monastero e una cappella per le spoglie del marito e del figlio; nel 1888, Napoleone e il figlio furono definitivamente traslati nella cripta imperiale nell’Abbazia di San Michele a Farnborough, nella contea dello Hampshire in Inghilterra.

Ascendenza

 

napoleone III

 

 

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