Stendhal Beyle Marie-henri

1783 - 1842

Stendhal Beyle Marie-henri

ID: 3557

Quotazioni

A (autografo): S3 (da 501 a 1000 €)

AML (lettera manoscritta firmata): S4 (da 1001 a 3000 €)

APL (autografo su foto o libro): S4 (da 1001 a 3000 €)

Quotazioni indicative.

Autografi

Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal (Grenoble, 23 gennaio 1783 – Parigi, 23 marzo 1842), è stato uno scrittore francese.

Amante dell’arte e appassionato dell’Italia dove visse a lungo, esordì in letteratura nel 1815 con le biografie su Haydn, Mozart e Metastasio, seguite nel 1817 da una Storia della pittura in Italia e dal libro di ricordi e d’impressioni Roma, Napoli, Firenze. Quest’ultimo fu firmato per la prima volta con lo pseudonimo di Stendhal, nome forse ispirato alla città tedesca di Stendal, dove nacque l’ammirato storico e critico d’arte Johann Joachim Winckelmann.

I suoi romanzi di formazione Il rosso e il nero (1830), La Certosa di Parma (1839) e l’incompiuto Lucien Leuwen, scritti in una prosa essenziale che ricerca la verità psicologica dei personaggi, fanno di Stendhal, con Balzac, Hugo,Flaubert, Maupassant e Zola, uno dei maggiori rappresentanti del romanzo francese del XIX secolo: i suoi protagonisti sono giovani romantici che aspirano alla realizzazione di sé attraverso il desiderio della gloria e l’espansione di sentimenti appassionati.

Biografia

L’infanzia (1783-1795)

Il padre, Chérubin Beyle

Henri Beyle nacque a Grenoble in una casa di rue des Vieux Jésuites, oggi al numero 14 di rue Jean-Jacques Rousseau, in una famiglia borghese. I suoi genitori si erano sposati il 20 febbraio del 1781: la madre, Henriette Gagnon (1757-1790) morì di parto quando il figlio aveva sette anni, lasciando altre due figlie, Pauline (1786-1857) e Zénaïde (1788-1866). Donna allegra e colta – conosceva l’italiano e leggeva Dante in originale – era l’anima della casa e fu idealizzata da Henri, che invece detestò il padre Chérubin Beyle (1747-1819), procuratore e poi avvocato del Parlamento di Grenoble, massone, proprietario di una tenuta a Claix, appassionato di agricoltura, ma soprattutto inteso al guadagno e agli affari.

L’abate Raillane

Come ricorda Stendhal, suo padre «era un uomo straordinariamente poco amabile, con la testa sempre piena di acquisti e vendite di proprietà, eccessivamente scaltro […] non mi amava come individuo, ma come figlio che doveva continuare la sua famiglia […] vedeva chiaramente che io non lo amavo affatto, non gli parlavo mai se non era strettamente necessario». D’altra parte ha dovuto sistemare (maritare con dote o mettere in convento) ben dieci sorelle e costruirsi da sé, con tipica ambizione del provinciale che aspira alla nobiltà. E poi la vedovanza certo non lo rallegra.

Con la morte della madre, la famiglia troncò ogni rapporto mondano – con grande noia di Stendhal – vivendo in seguito sempre isolata. Anche il suo primo insegnante, un tale Joubert, «orribile pedante», morì poco dopo e Henri fu affidato a un precettore, segno, questo, di distinzione sociale, l’abbé Jean-François Raillane (1756-1840), «una vera canaglia […] piccolo, magro, molto manierato, il colorito verdognolo, lo sguardo falso con un sorriso odioso […] per scaltrezza, per educazione o per istinto di prete era nemico giurato della logica e di ogni retto ragionamento». La sua figura di gesuita non è chiarissima, probabilmente è anche un “ottimo educatore”, e tuttavia Stendhal ne ha orrore: gli insegnò il sistema tolemaico pur sapendo che era falso, giustificandosi con il fatto che Tolomeo «spiega tutto e d’altronde è approvato dalla Chiesa»: una considerazione che fece dello scrittore «un empio forsennato e d’altra parte l’essere più cupo del mondo».

Gran parte delle sue giornate Henri le passava nella vicina e ampia casa (in place Grenette) del nonno materno, il medico Henri Gagnon (1728-1813), dove abitavano anche la sorella di questi, la prozia Élizabeth (1721-1808), e la figlia Séraphie (1760-1797). A questa sorella minore sua madre aveva affidato, morendo, i tre figli e Henri la giudicò un «diavolo in gonnella», un’odiosa «matrigna», sospettando fosse amante del padre Chérubin, e tuttavia giudicata senza sesso, inacidita, isterica e bigotta, alla cui morte, il 9 gennaio 1797, lui, ateo, ringraziò «Dio in ginocchio». Opposta l’opinione che egli ebbe della prozia Élizabeth Gagnon, un’anziana nubile «alta, magra, asciutta, con una bella faccia italiana, carattere di una nobiltà assoluta, ma nobile con le raffinatezze e gli scrupoli di coscienza spagnoli».

Il nonno, Henri Gagnon

Un’alta stima Stendhal la riservò anche al nonno materno, Henri Gagnon, medico e illuminista, ammiratore di Voltaire e della buona letteratura classica: grazie a lui, sostiene Stendhal, non fu «intossicato» dagli scrittori contemporanei in voga a quel tempo, i «Marmontel, Dorat e altre canaglie». Gagnon era un’autorità a Grenoble per la sua vasta cultura, per la dottrina medica e la passione letteraria: conversatore brillante, teneva dissertazioni di fronte a un pubblico scelto, ma non aveva sensibilità artistica, a differenza della figlia Henriette, e si oppose a che il nipote avesse un’educazione musicale.

Anche il periodo rivoluzionario in corso in Francia sollecitò gli umori e le fantasie del piccolo Henri: già aveva assistito al preludio ribelle della famosa «giornata delle tegole», e parteggiò subito per i rivoluzionari, figure che gli evocavano le virtù repubblicane conosciute nei libri di latino, contro il legittimismo bigotto del padre e dell’odiata zia Séraphie – la prozia Élizabeth e il nonno mantenevano un atteggiamento più cauto – i quali seguirono poi fremendo di angoscia le vicende del processo a Luigi XVI.

Quando il re venne decapitato, Henri esultò in silenzio mentre il padre e la zia si disperavano. Chérubin Beyle, di cui erano note le idee monarchiche, finirà più volte in prigione: il 15 maggio 1793 per un mese, poi in agosto e ancora in novembre per sette mesi, mentre l’abbé Raillane, prete renitente, si diede alla macchia con grande soddisfazione di Henri, pieno di «ardenti slanci d’amor di patria e di odio» per preti e aristocratici.

A Parigi (1799-1800)

Antoine-Jean Gros: Pierre Daru

Giunto a Parigi «con il fermo proposito di essere un seduttore», la realtà s’incaricò di smentire le sue illusioni: nella grande città egli è solo un ragazzo sconosciuto che passa inosservato. Si presentò subito alla famiglia Daru in rue de Lille: Noël Daru (1729-1804), cugino di Henri Gagnon, era un alto funzionario della burocrazia francese, come il figlio Pierre (1767-1829), che era allora segretario generale del ministero della Guerra.

Perduto improvvisamente ogni interesse per gli studi di matematica, non si presentò nemmeno a sostenere l’esame di ammissione all’École Polytechnique e trascorse in ozio alcuni mesi, finché nel febbraio del 1800 Pierre Daru gli ottenne un posto di impiegato d’ordine nel ministero della Guerra, un lavoro che egli svolse tanto di malavoglia da decidere di arruolarsi nell’armata del Primo Console che era partita da qualche giorno per l’Italia. Il 7 maggio Stendhal lasciava Parigi: «ero assolutamente ebbro, pazzo di felicità e di gioia. Qui comincia un’epoca di entusiasmo e di felicità perfetta».

Da solo, carico di libri, raggiunse prima Digione e il 18 maggio era a Ginevra, dove andò subito a visitare la casa natale di Rousseau e dove trovò un capitano che gl’insegnò a stare a cavallo e i primi rudimenti sull’uso della sciabola. Con il capitano passò per Vevey e fu a Martigny, dove iniziava la lunga e allora impervia e pericolosa salita del Gran San Bernardo. Dopo sei ore di salita era finalmente in Italia.

Superate le cannonate sparate dal forte di Bard, che furono il suo battesimo del fuoco, apprese da un curato le prime parole d’italiano – donna e cattiva – e a Novara andò ad ascoltare Il matrimonio segreto di Cimarosa, così che la delusione di Parigi non gli pesò più e la nostalgia delle montagne del Delfinato svanì di colpo: «vivere in Italia e ascoltare musica come quella divenne la base di tutti i miei ragionamenti». Finalmente, forse il 10 giugno, entrava a Milano.

Primo soggiorno in Italia (1800-1802)

Cortile di palazzo Borromeo-d’Adda

Proprio al suo ingresso in Milano incontrò Martial Daru (1774-1827), fratello di Pierre, che aveva già conosciuto a Parigi. Ispettore del ministero della Guerra, uomo «al di sotto della mediocrità ma buono e allegro», questi ospitò subito Stendhal nella prestigiosa casa d’Adda, poi lo sistemò in una stanza di palazzo Bovara, allora sede dell’amministrazione militare francese diretta da Claude-Louis Pétiet (1749-1806), dove lavorò nell’ufficio del commissario Louis Joinville (1773-1849) e da dove venne introdotto nei salotti che contano, luogo di conversazioni galanti e di occasioni per stabilire relazioni amorose.

Ma Henri è orgoglioso e timido, e perciò nelle sale sfavillanti di donne belle ed eleganti e uomini esperti e disinvolti quel diciassettenne inibito si comporta goffamente e per reazione esagera al contrario: si batte a duello con Alexandre Pétiet (1782-1835), il figlio del ministro, ricevendone una lieve ferita al piede, poiché geloso d’una certa signora Martin, e minaccia di sfida anche il suo capo-ufficio Joinville per motivi non chiariti. Forse geloso dell’amante che lo stesso Joinville gli aveva presentato, quell’Angela Pietragrua nata Borrone (1777-…) che pure sarebbe stato facilissimo conquistare, della quale s’innamora perdutamente senza però dichiararsi per dieci anni. Così avvenne che Henri perdette la propria «innocenza» in una casa di piacere, nel maggio del 1801, ricavandone oltre tutto una malattia venerea.

Angela Pietragrua

La Pietragrua, figlia di commercianti di stoffe che si arricchirono divenendo fornitori dell’esercito francese, e sorella di Giuseppina Borroni, una soprano famosa, era per Stendhal una «sublime sibilla, terribile nella sua bellezza folgorante e soprannaturale» e, dispotica, capricciosa, istintiva, sarà ben rappresentata nel personaggio di Sanseverina ne La Certosa di Parma.

Fu il Daru a raccomandare Stendhal, facendogli ottenere subito il grado di sottotenente di un reparto di cavalleria nel settembre del 1800 e poi, il 23 ottobre, nel VI Reggimento dragoni, che egli raggiunse a Bagnolo, presso Brescia, il 22 novembre. Il 12 gennaio partecipò a Castelfranco Veneto allo scontro tra le forze del generale Michaud (1751-1835), comandante della III Divisione Cisalpina, e la retroguardia austriaca che fu volta in fuga: il generale menzionerà anni dopo il suo «coraggio e la sua intrepidezza». Firmato l’armistizio il 16 gennaio 1801, il 1º febbraio Stendhal lasciò il reggimento per assumere la veste di aiutante di campo di Michaud.

La vita di aiutante di campo, almeno in tempo di pace, è piacevole: in primavera Henri, che dal 18 aprile ha iniziato a tenere un diario, il suo Journal, soggiorna a Bergamo, in estate a Brescia, ha tutto il tempo per studiare l’italiano e il clarinetto, di progettare commedie e di andare a teatro. Ma dura poco: per avere l’onore di essere aiutante di un generale bisogna aver combattuto due campagne militari e così, reclamato dal suo reggimento, Stendhal deve raggiungere il VI Dragoni in Piemonte, seguendolo nei suoi spostamenti in piccole città, Bra, Saluzzo, Savigliano, con i disagi delle manovre e il disgusto delle corvées. È troppo per Stendhal, che a dicembre ottiene un congedo e torna a Grenoble.

Il ritorno in Francia (1802-1806)

La sorella Pauline Beyle

Ritornato brevemente a vivere nella sua casa natale, Henri trovò nella sorella Pauline un’amica e una confidente. Del resto anche questa figlia del secolo che amava leggere Ossian e Shakespeare si sentiva oppressa dall’aridità paterna e, diversamente dal fratello e come tante ragazze nella sua condizione, cercherà solo nel matrimonio l’evasione da una condizione infelice: «sposatasi con un uomo sciocco e docile», riuscirà con gli anni a essere se stessa.

Da parte sua, a Grenoble Henri trovò in Victorine Mounier (1783-1822) un nuovo, tipico suo amore di fantasia: ascoltatala suonare Haydn al pianoforte, se ne innamorò senza forse nemmeno mai parlarle e, una volta che i Mounier si trasferirono a Rennes, per due anni scriverà di sé al fratello di Victorine sperando che lei, leggendo le sue lettere, s’innamorasse a sua volta.

Il 15 aprile 1802 Henri era già a Parigi (in questo periodo abitò in rue d’Angivilliers), mantenuto con una pensione mensile di circa 200 franchi dal padre, il quale sperava che il figlio lasciasse la vita militare per una professione «seria e rispettabile». In effetti Stendhal lasciò l’esercito in luglio ma non si curò di trovarsi un lavoro: piuttosto studiava l’inglese, andava a teatro, prendeva appunti e citava le sue letture sul diario. A Parigi, inoltre, frequentò Magdaleine Paul, di quarantaquattro anni, sposata a un lontano cugino, Jean-Baptiste Rebuffel (1738-1804), e la figlia quattordicenne Adèle (1788-1861): corteggiò la figlia ma finì a letto con la madre. Sconcertando Henri, entrambe provarono un’aperta soddisfazione alla morte di Jean-Baptiste, che del resto aveva una manifesta relazione con una sua socia in affari. Adèle sposerà nel 1808 proprio quell’Alexandre Pétiet che a Milano si era battuto a duello con Stendhal.

Henri è ancora repubblicano, e il suo eroe non è Bonaparte, alla cui incoronazione assiste con sarcasmo e disgusto, ma il generale Moreau, fatto processare da Napoleone, in favore del quale scrive un pamphlet. Legge Alfieri e in Amleto vede un nemico dei tiranni, assiste con commozione al Philinte de Molière di Fabre d’Églantine e si entusiasma per l’Idéologie di Destutt de Tracy. Crede che la verità possa unire gli uomini, che con la sola purezza del cuore e con l’ispirazione del genio si possano comunicare idee folgoranti. Poi si convince che scrivere è riflessione faticosa, lavorìo continuo, indagine lenta e sistematica, e legge a analizza nel suo Journal littéraire Besenval, Brissot, Cabanis, Chamfort, Chateaubriand,Duclos, Helvétius, Hobbes, Pinel, Retz, Say, Saint-Simon, Adam Smith, Madame de Staël, Vauvenargues.

Il cugino Martial Daru

Iniziò i primi tentativi letterari e, da appassionato di teatro, tra il 1803 e l’estate del 1804 scrisse due testi in versi, Les deux hommes, commedia illuminista dove egli contrappone l’educazione mondana all’educazione secondo ragione, e Letellier, nome del gesuita confessore di Luigi XIV, una satira dell’ipocrisia. Cattivo verseggiatore, Stendhal le lasciò incompiute. Mise insieme anche un Catéchisme d’un roué, una serie di definizioni e ritratti di donne tratti dalla letteratura libertina del secolo precedente: l’iniziativa rientra nel suo eterno progetto d’essere un seduttore e di trionfare sulla timidezza che lo attanaglia, di soddisfare la propria vanità e il suo amore dell’amore. Inoltre, Henri sa di essere brutto: i suoi lineamenti sono grossolani, il collo s’infossa sulle spalle, è grasso, presto perderà i capelli e maschererà la calvizie con un parrucchino, e benché non sia basso, appare tozzo con la sua vita larga e le gambe corte e sottili. E allora cura il suo aspetto con ossessivo puntiglio e s’indebita con il sarto. L’eleganza deve mascherare la bruttezza, come il cinismo del dandy deve coprire la sensibilità del romantico.

Per stare più a suo agio sulla scena della società e per amore del teatro, Henri prese lezioni di recitazione. Il 21 agosto 1804 s’iscrisse insieme con Martial Daru alla scuola di Jean Mauduit, detto La Rive (1747-1827), vecchio e ormai démodé attore tragico, poi a quella del più economico Jean-Henri Gourgaud, detto Dugazon (1746-1809), travolgente attore comico ammiratissimo da Stendhal. Qui conobbe l’aspirante attrice Mélanie Guilbert, o Mademoiselle Louason (1780-1828), se ne innamorò e fu ricambiato.

Mélanie, divorziata da un diplomatico prussiano, era venuta a Parigi da Caen per partorire una bambina, Henriette, frutto di una relazione occasionale. Con poche risorse, voleva essere attrice per vivere ed essere indipendente: era bella, bionda, con due occhi blu ora severi, ora teneri, «pieni di quella malinconia immensa e ferita che per Stendhal è il segno dell’anima e il richiamo dell’amore». Decisero di vivere insieme e poiché Mélanie ha ottenuto una scrittura a Marsiglia, l’8 maggio1805 Stendhal l’accompagnò fino a Lione, poi andò a Grenoble per convincere il padre, suggerendo velatamente che Henriette possa essere figlia propria, a finanziargli il suo progetto di aprire una banca a Marsiglia. Non ottenendo nulla, ripiegò su un impiego presso Charles Meunier, un esportatore marsigliese di prodotti di drogheria. Per quasi un anno Henri e Mélanie vissero come marito e moglie, poi il teatro fallì e il 1º marzo 1806 Mélanie tornò a Parigi in cerca di nuove scritture: nella lontananza la passione svanì.

Mentre finiva l’amore per Mélanie e rimanevano miseri i guadagni da droghiere, la Francia era divenuta il paese più potente d’Europa, e Napoleone aveva bisogno, oltre che d’un esercito invincibile, anche di una corte e di una burocrazia adeguata alle sue mire di dominio europeo. Per questo creò, nel 1803, la figura dell’«uditore», che sembrava fatta apposta per Henri: si trattava di giovani che facevano un tirocinio nell’amministrazione pubblica e frequentavano la corte e i salotti che contavano, dove si faceva mostra di belle maniere e si discuteva di politica. Un po’ cortigiani e un po’ burocrati, acquisivano così la cultura politica e il senso del nuovo Stato imperiale.

Stendhal era entusiasta, e il 31 maggio tornò a Grenoble, dove la famiglia si attivava presso i Daru, che in verità erano rimasti delusi del comportamento passato di Henri. Quindi il 10 luglio si stabilì a Parigi, il 3 agosto entrò nella massoneria, introdotto da suo cugino Martial Daru, nella Loggia parigina “Sainte-Caroline”, e riprese le relazioni con i cugini, finché Martial Daru cedette e lo prese con sé: il 16 ottobre 1806, due giorni dopo la battaglia di Jena, partivano per la Germania, al seguito della Grande Armée impegnata in una nuova campagna di guerra.

Gli ultimi anni (1839-1842)

Henri Lehmann: Stendhal

A Civitavecchia e a Roma, dove prese alloggio in via dei Condotti, Stendhal fu ripreso dalla noia. Il 10 ottobre ricevette la visita di Mérimée, al quale fece conoscere Roma e poi partirono insieme per Napoli, visitando Paestum ed Ercolano: questi due spiriti caustici non erano fatti per convivere insieme troppo a lungo e finirono così per rivaleggiare, punzecchiarsi e guastare la loro amicizia. Stendhal prese a considerare Mérimée nient’altro che un pedante e lo mise in caricatura nel personaggio di «Academus» in Lamiel.

A Roma era sempre in contatto con il pittore Constantin: insieme, concepirono il progetto di una guida ai dipinti conservati nella città, le Idées italiennes sur quelques tableaux célèbres, la cui prima parte fu stampata nell’agosto del 1840 a Firenze, dove Stendhal si recò anche per incontrare Giulia Rinieri, dall’editore Giovan Pietro Vieusseux. L’autore delle Idées è sostanzialmente il Costantin ma altri scritti di Stendhal su quest’opera saranno trovati nel 1923 fra le sue carte e, integrati a quella fiorentina, ne costituiranno una sorta di seconda edizione.

Nel gennaio del 1840 incontrò e frequentò anche un suo lontano e giovane cugino pittore, Ernest Hébert, ospite di Villa Medici in qualità di vincitore del Prix de Rome. Ma la conoscenza più importante in questo scorcio della vita di Stendhal sarebbe quello di una signora romana rimasta sconosciuta, ma che in realtà potrebbe essere identificata con Giulia Cini, da lui conosciuta e corteggiata inutilmente da anni. Ne scrisse su un quaderno che intitolò Earline, ossia contessa, che sarebbe potuto diventare un nuovo romanzo ma che si esaurì con la fine di quell’amore vissuto soltanto nella fantasia.

Stendhal era molto invecchiato: gli anni e le malattie gli pesavano e, ironicamente, il 10 aprile, scrivendo Les privilèges, immaginò che quel Dio cui non credeva gli concedesse – profeticamente – una morte istantanea, d’infarto: ma in vita, una costante virilità, un corpo sano e bello, che potesse far innamorare di sé qualsiasi donna e potesse trasformarsi in qualunque altro essere. Intanto, Stendhal aveva ancora un amore reale in Giulia Rinieri, che l’ospitò in luglio a palazzo Riccardi, a Firenze, e poi ancora da agosto a settembre a Firenze e a Pietrasanta.

Soffriva di gotta, di calcoli renali e d’ipertensione: più volte ebbe attacchi di vertigini, di afasia, di emicranie. Sentiva che non avrebbe vissuto a lungo e il 28 settembre scrisse l’ultimo testamento, con il quale lasciava i suoi beni all’amico italiano Donato Bucci e alla sorella Pauline. Il 15 marzo 1841, a Civitavecchia, ebbe un grave colpo apoplettico. Si riprese a fatica: la malattia gli lasciò qualche difficoltà di movimento, ma egli si permise ancora, in luglio, un’avventura galante con Cecchina Lablache, figlia del celebre cantante napoletano Luigi, moglie del pittore François Bouchot e amante di un altro giovane pittore di origine tedesca, Henri Lehmann, che fece in quei giorni l’ultimo ritratto che possediamo di Stendhal.

La tomba di Stendhal a Montmartre

In agosto chiese al ministro Guizot un congedo e, in attesa dell’autorizzazione, partì per Firenze per incontrare Giulia. La rivide ancora l’8 ottobre e fu l’ultima volta: il 22 ottobre s’imbarcava per la Francia con l’amico Vincenzo Salvagnoli, un avvocato fiorentino, e l’8 novembre giunsero a Parigi. Amici e conoscenti notarono, dopo i due anni trascorsi, il suo improvviso invecchiamento, l’eloquio lento e faticoso, la mancanza di quel suo solito spirito polemico.

Stendhal aveva preso alloggio all’Hôtel de Nantes, oggi una casa al numero 22 di rue Danielle-Casanova. Nel marzo del 1842 si rimise a scrivere: voleva terminare il Lamiel e Le Rose et le Vert. Il 15 marzo fu in trattative con la «Revue des Deux Mondes» per la pubblicazione delle sue novelle e riprese Trop de faveur tue, M.lle de Vanghen, Le Chevalier de Saint-Ismier e soprattutto Suora Scolastica, che intendeva consegnare a giorni alla Revue. Dopo una giornata di lavoro, verso le sette di sera del 22 marzo uscì dall’albergo: fece poche decine di metri e in rue des Capucines ebbe un infarto. Cadde a terra e svenne. Tra i soccorritori si trovò anche l’amico Romain Colomb, che chiamò un medico e fece trasportare Stendhal all’albergo dove, assistito da Colomb e Constantin, alle due di notte del 23 marzo morì come aveva desiderato, senza riprendere conoscenza.

Contrariamente alle sue volontà, ebbe funerali religiosi, che si tennero il 24 marzo nella chiesa di Notre-Dame-de-l’Assomption. Poi, la sepoltura nel cimitero di Montmartre, con l’epitaffio (in italiano) voluto dallo stesso Stendhal: «Arrigo Beyle / Milanese / Scrisse / Amò / Visse / Ann. LIX. M. II/ Morì il XXIII Marzo MDCCCXLII». Nel 1892 fu aggiunto un medaglione con il profilo di Stendhal, opera di David d’Angers e il 21 marzo 1962 i suoi resti furono riesumati e sistemati in un diverso campo del cimitero di Montmartre, sul margine dell’avenue de la Croix.

 

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