Vittorio Emanuele III di Savoia

1869 - 1947

Vittorio Emanuele III di Savoia
Nazione: Italia
Settore: Storia

ID: 149

Quotazioni

A (autografo): S1 (da 0 a 100 €)

AML (lettera manoscritta firmata): S2 (da 101 a 500 €)

APL (autografo su foto o libro): S1 (da 0 a 100 €)

Quotazioni indicative.

Autografi

Vittorio Emanuele III (Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia; Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d’Egitto, 28 dicembre 1947) fu re d’Italia (dal 1900 al 1946), imperatore d’Etiopia (dal 1936 al 1941, anche se la formale rinuncia al titolo è del 1943), primo maresciallo dell’Impero (dal 4 aprile 1938) e re d’Albania (dal 1939 al 1943). Abdicò il 9 maggio 1946 e gli succedette il figlio Umberto II.

Figlio di Umberto I di Savoia e di Margherita di Savoia, ricevette alla nascita il titolo di principe di Napoli, nell’evidente intento di sottolineare l’unità nazionale, raggiunta da poco.

Il suo lungo regno (quarantasei anni) vide, oltre alle due guerre mondiali, l’introduzione del suffragio universale maschile (1912), delle prime importanti forme di protezione sociale, il declino e il crollo dello Stato liberale (1900-1922), la nascita e il crollo dello Stato fascista (1925-1943), la composizione della Questione romana (1929), il raggiungimento dei massimi confini territoriali dell’Italia unita, le maggiori conquiste in ambito coloniale (Libia ed Etiopia). Morì quasi due anni dopo la caduta del Regno d’Italia. Per la sua partecipazione a due guerre mondiali e la vittoria nella prima “Re soldato” e “Re vittorioso”.

La notizia dell’assassinio del padre Re Umberto I, ucciso il 29 luglio 1900 a Monza ad opera dell’anarchico Gaetano Bresci, giunse a Vittorio Emanuele mentre si trovava in crociera nel Mediterraneo con la moglie Elena: fino ad allora il principe di Napoli aveva considerato la propria ascesa al trono ancora lontana, data l’età del padre, che al momento del regicidio aveva cinquantasei anni.

Sbarcato quindi rapidamente a Reggio Calabria, Vittorio Emanuele il 2 agosto 1900, a pochi giorni dal regicidio, nel suo primo discorso alla Nazione elencava i capisaldi della sua visione politica.

L’11 agosto giurò fedeltà allo Statuto nell’aula del Senato, davanti al presidente Giuseppe Saracco e ai due rami del Parlamento, disposto alle sue spalle. Nel discorso, scritto di proprio pugno, il nuovo Re delineava una politica conciliante e parlamentarista:

« Monarchia e Parlamento procedono solidali in quest’opera salutare. »
(Discorso di Vittorio Emanuele III in occasione del suo giuramento, 11 agosto 1900)
Infine, la riconciliazione nazionale voluta dal Sovrano prese forma con il Regio Decreto 11 novembre 1900, n. 366, nel quale il Re concedeva l’amnistia per i reati di stampa e per i delitti contro la libertà di lavoro e condonava la metà delle pene irrogate per i moti del 1898. Nel 1901 venne emessa la prima serie di francobolli, che inaugurò le lunghe emissioni filateliche del suo Regno; tale serie, detta “Serie Floreale 1901”, portava intrinsecamente la novità di usare il nuovo stile detto Liberty, che negli anni a venire fu appunto italianizzato in “Floreale”.

206px-Royal_Monogram_of_King_Victor_Emmanuel_III_of_Italy.svgLa politica estera: tra Triplice Alleanza e nuove intese

Secondo la tradizione sabauda e nel rispetto delle prerogative statutarie, Vittorio Emanuele III esercitò una rilevante azione nel campo della politica estera e militare. Salutato da molti osservatori come “antitriplicista”, egli, pur mantenendosi nel solco della Triplice, sostenne il ravvicinamento alle altre Potenze escluse dall’alleanza e contro le quali essa potenzialmente era stata costituita: la Russia, che ostacolava i disegni di espansione austriaci, e la Francia, di cui i tedeschi temevano il desiderio di rivincita.

Il riavvicinamento alla Francia

La normalizzazione dei rapporti con la Francia era cominciata qualche anno prima dell’ascesa al Trono di Vittorio Emanuele, con la firma delle tre convenzioni tra l’Italia e la Tunisia del 30 settembre 1896 e successivamente con l’accordo commerciale italo-francese del 21 novembre 1898, che poneva termine alla guerra doganale tra le due potenze. Nel dicembre del 1900, con lo scambio di note Visconti Venosta-Barrère, il governo italiano ottenne un primo riconoscimento francese del suo interesse per la Tripolitania-Cirenaica. L’accordo ebbe l’effetto di svuotare la Triplice Alleanza di una parte del suo contenuto, legato al contrasto italo-francese nel Mediterraneo.

L’accordo venne rinforzato nel luglio del 1902 dallo scambio di note Prinetti-Barrère, che impegnava le due potenze a mantenersi neutrali nel caso di conflitto con altre Potenze. Il ravvicinamento italo-francese fu suggellato dalla visita a Parigi di Vittorio Emanuele, insignito della Legion d’onore, al presidente Émile Loubet, nell’ottobre del 1903, ricambiata a Roma nel 1904.

La politica estera italiana disegnava così un sistema che avrebbe reso meno rigida la divisione tra “blocchi di Potenze”, che avrebbero portato alla deflagrazione del conflitto mondiale: in questo contesto, si spiega il comportamento italiano alla Conferenza di Algeciras sul Marocco del 1906, in cui il rappresentante italiano, Visconti Venosta, fu istruito a non appoggiare la Germania di Guglielmo II.

Gli attentati

Il 14 marzo 1912 il muratore romano Antonio D’Alba, anarchico, sparò uno o due colpi di pistola contro di lui, mancandolo. Poche ore dopo il fallito attentato, Vittorio Emanuele ricevette la visita dei socialisti riformisti Ivanoe Bonomi, Leonida Bissolati e Angiolo Cabrini, che si felicitarono con il Re; questo gesto diede poi il pretesto alla maggioranza del PSI di espellere i tre riformisti colpevoli di aver appoggiato il quarto governo Giolitti nella guerra contro la Turchia.

Il 12 aprile 1928, mentre inaugurava la VIII edizione della Fiera Campionaria di Milano, Vittorio Emanuele fu bersaglio di un sanguinoso attentato dinamitardo: una bomba esplosa fra la folla assiepata in attesa di vedere il Re uccise venti persone fra donne, bambini e militari presenti. Il Re non venne colpito.

I rapporti tra Stato e Chiesa

In politica ecclesiastica, Vittorio Emanuele si mostrò restio ad aperture verso le pretese politiche della Chiesa cattolica: la firma, nel 1929, dei Patti Lateranensi è da imputarsi più all’iniziativa di Mussolini che al monarca, che avrebbe fatto cadere un precedente tentativo di Orlando nell’immediato primo dopoguerra. In questo primo periodo, pur nel massimo rispetto delle istituzioni ecclesiastiche e della fede della propria Casa e degli Italiani, il Re volle mantenere il sistema di separazione fra Stato e Chiesa, senza ricucire per via concordataria o pattizia i rapporti rotti con la Presa di Roma e con le campagne risorgimentali.

Vittorio Emanuele, in effetti, considerava la Questione Romana risolta con la Legge delle Guarentigie, che assicuravano la piena autonomia al Pontefice, al quale venivano riconosciuti i diritti di legazione attiva e passiva e la cui persona veniva equiparata, per certi aspetti, specialmente di rilievo penale, a quella del Re.

Un alto livello di tensione nei rapporti tra Stato e Chiesa fu causato dalla visita del 1904 del presidente francese Émile Loubet a Vittorio Emanuele: la Santa Sede protestò per il fatto che un Capo di Stato cattolico in visita a Roma avesse reso omaggio al Re d’Italia prima che al Papa. L’incidente produsse in Francia il rafforzamento delle posizioni anticlericali e la rottura delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

La guerra di Libia

La visita dello zar Nicola nell’ottobre 1909 portò, tra le altre cose, al riconoscimento dell’influenza italiana nell’Africa che si affaccia sul mar Mediterraneo e, nello specifico, nell’area libica. Da ciò, già si poteva scorgere l’inizio dell’impresa militare nella Tripolitania e nella Cirenaica, nel 1911: non tardò, per giovare a questo fine, la divisione delle sfere di influenza nel Mediterraneo africano tra Francia e Italia a seguito delle crisi marocchine, nelle quali Vittorio Emanuele si schierò a fianco di Parigi, riconoscendo, a sua volta, la priorità francese nell’area più occidentale del Sahara.

L’iniziativa coloniale italiana era, tuttavia, già attiva sul continente africano. Già era occupata l’Eritrea, mentre la Somalia era colonia dal 1907, ma le loro posizioni, sul Corno d’Africa, le rendevano remote e, in ogni caso, la loro conformazione territoriale e la scarsa importanza sul piano strategico non davano lustro alla politica coloniale italiana. L’Italia era anzitutto Mediterraneo, e l’ultima terra ancora non posta sotto il dominio di una qualche potenza europea era la Libia.

Il governo italiano agì con cautela: la Cirenaica e la Tripolitania erano poste sotto il controllo dell’Impero ottomano, minato ormai da un cancro interno che lo rendeva un’entità ormai moribonda, ma in ogni caso, da non trascurare: la rivolta dei Giovani Turchi servì come trampolino di lancio per l’operazione militare.

Il 29 settembre 1911 iniziò lo sbarco italiano in Libia, annessa, secondo decreto regio, il 5 novembre, senza considerare la grande debolezza dell’occupazione, che risentiva di un esercito ancora arretrato e la resistenza attiva dei capi tribali delle aree interne. Non a caso, nell’occasione dell’imminente prima guerra mondiale, la Libia non tarderà ad riprendersi, con l’esercito italiano tutto impiegato su altri fronti, un’autonomia praticamente completa. Nell’ambito della guerra italo-turca, furono anche annesse, nel 1912, le isole greche del Dodecaneso. Con la pace di Losanna, del 18 ottobre 1912, l’Impero ottomano riconobbe all’Italia il possesso della colonia Tripolitania e di quella Cirenaica.

Nella prima guerra mondiale, Vittorio Emanuele III sostenne la posizione inizialmente neutrale dell’Italia. Molto meno favorevole del padre alla Triplice Alleanza (di cui l’Italia era parte con Germania ed Impero austro-ungarico) e ostile all’Austria, promosse la causa dell’irredentistismo del Trentino e della Venezia Giulia. Le vantaggiose offerte dell’Intesa (formalizzate nel Patto di Londra, stipulato in segreto all’insaputa del parlamento) indussero Vittorio Emanuele ad appoggiare l’abbandono della triplice alleanza (4 maggio 1915) passando a combattere a fianco dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia).

Ad inizio maggio, l’azione neutralista di Giovanni Giolitti insieme alla diffusione di notizie circa concessioni territoriali da parte austriaca aprirono una crisi parlamentare. Il 13 maggio, Salandra rimetteva nelle mani del Re il mandato. Il Corriere della Sera scrisse: “L’on. Giolitti e i suoi amici trionfano. Più ancora trionfa il Principe di Bülow. Egli è riuscito a far cadere il Ministero che conduceva il Paese alla guerra.”; e il Messaggero: “L’on. Salandra dà partita vinta agli organizzatori del malefico agguato; si arrende alle male arti diplomatiche del Principe di Bülow.”[Non è chiaro cosa centrino le insinuazioni di giornali interventisti contro l’opera neutralista di Giolitti, con Vittorio Emanuele III.]Giolitti fu convocato di conseguenza dal Re, per formare il nuovo governo. Questi però, informato dei nuovi impegni presi[non chiaro] con la Triplice intesa decise di rifiutare l’incarico, così come altri politici convocati.

Il 16 maggio Vittorio Emanuele respingeva ufficialmente le dimissioni di Salandra. Il 20 e il 21 maggio, a stragrande maggioranza, le due camere del Parlamento votarono a favore dei poteri straordinari al Sovrano e al Governo in caso di ostilità. Il 23 maggio l’Italia dichiarava guerra all’Austria-Ungheria.

Fin dall’inizio delle ostilità sul fronte italiano (24 maggio 1915) fu costantemente presente al fronte, meritandosi[senza fonte] da allora il soprannome di «Re soldato». Durante le operazioni belliche affidò la luogotenenza del Regno allo zio Tommaso, duca di Genova. Non si stabilì nella sede del quartier generale di Udine ma in un paese vicino, Torreano di Martignacco, presso Villa Linussa (da allora chiamata Villa Italia) con un piccolo seguito di ufficiali e gentiluomini.

Ogni mattina, seguìto dagli aiutanti da campo, partiva in macchina per il fronte o a visitare le retrovie. La sera, quando ritornava, un ufficiale di Stato Maggiore veniva a ragguagliarlo sulla situazione militare. Il Re, dopo aver ascoltato, esprimeva i suoi pareri, senza mai scavalcare i compiti del Comando Supremo.

Soggiornò brevemente a Monteaperta (presso l’ospedale militare del Gran Monte, attuale Rifugio A. N.A. Montemaggiore-Monteaperta) durante i combattimenti vista la notevole importanza logistica di Monteaperta alle spalle del fronte.

Dopo la battaglia di Caporetto, per decisione concordata tra i governi Alleati durante la conferenza di Rapallo viene sostituito Cadorna con il generale Armando Diaz, l’8 novembre 1917, al convegno di Peschiera, il re ratifica quanto già sottoscritto dal Governo Orlando facendo sue le decisioni di questo.

La vittoria italiana portò all’annessione all’Italia del Tirolo meridionale (con Trento), della Venezia Giulia, di Zara e di alcune isole dalmate (tra le quali Lagosta).

Il Re, tra il 1914 ed il 1918, ricevette circa 400 lettere – anche minacciose e minatorie – di carattere prevalentemente anti-bellicista da individui di qualsiasi estrazione sociale, soprattutto bassa e composta da semi-alfabeti. Attualmente esse sono conservate nell’ACS in tre fondi, ma sono state digitalizzate e rese di pubblico dominio, essendo di grande interesse storico e linguistico.

 

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Dal primo dopoguerra al primo Governo Mussolini

A causa della crisi economica e politica che seguì la guerra, l’Italia conobbe una serie di agitazioni sociali (Biennio rosso in Italia) che i deboli governi liberali dell’epoca non furono in grado di controllare. Nel Paese si diffuse il timore di una rivoluzione comunista simile a quella in corso in Russia e nel contempo le classi possidenti temevano di essere travolte dalle idee socialiste; queste condizioni storiche portarono all’affermarsi di movimenti politici antidemocratici e illiberali.

Uno di questi erano i Fasci di combattimento, movimento costituito nel 1919 dall’ex direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. Al movimento erano collegate le squadre d’azione, che successivamente sarebbero state integrate nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Mussolini aveva chiaramente scelto di sovvertire l’ordine democratico. Il Re era consapevole di tale spinta eversiva del fascismo e dei suoi obiettivi finali. Nell’ottobre 1922 Mussolini, eletto da un anno deputato alla Camera, fece scattare il suo piano di occupazione del potere. Il 27 ottobre iniziarono i primi movimenti squadristici con l’occupazione, nell’Italia settentrionale, di prefetture e caserme. Vittorio Emanuele si precipitò a Roma e comunicò al primo ministro Luigi Facta la propria intenzione di decidere personalmente sulla crisi in atto.

Alle sei del mattino del 28 ottobre Facta riunì il Consiglio dei ministri, che deliberò, su precise insistenze del generale Cittadini, primo aiutante di campo del Re, il ricorso allo stato d’assedio per bloccare la marcia su Roma. Ma quando alle 9 Facta si recò dal Re al Quirinale per la controfirma, ricevette il rifiuto del monarca a sottoscrivere l’atto. «Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d’assedio non c’è che la guerra civile. Ora qualcuno si deve sacrificare».

Questo improvviso mutamento d’indirizzo non è ancora stato chiarito dalla storiografia. Renzo De Felice, il maggiore storico del fascismo, abbozza un elenco di possibili motivi che potrebbero avere indotto il re ad evitare lo scontro col fascismo, cioè:

la debolezza del governo Facta;
i suoi timori per gli atteggiamenti filofascisti del Duca d’Aosta;
le incertezze dei vertici militari.
il timore di una guerra civile
Secondo Mauro Canali bisogna aggiungerne un altro, riconducibile alla personalità del re, cioè alla sua supposta pavidità che lo indusse a non sfidare sul terreno militare lo squadrismo fascista. “Le sue preoccupazioni – aggiunge Canali – erano assolutamente fuori luogo, dato lo squilibrio delle forze in campo”. Infatti le forze dell’esercito di stanza a Roma erano molto superiori a quelle dei fascisti: 28 000 uomini contro qualche migliaio, ed equipaggiati alla meglio. Su questo dato concordano tutti gli storici, ma devono essere considerate le menzionate “incertezze” dei vertici militari, le pressioni della classe dirigente, la volontà di evitare il deterioramento della crisi interna.

In conseguenza della decisione del Re, Facta presentò le dimissioni, subito accolte dal Sovrano. Il 29 ottobre 1922, Vittorio Emanuele, consultatosi con i massimi esponenti della classe dirigente politica liberale (Giolitti, Salandra) e militare italiana (Diaz, Thaon di Revel), dopo la bocciatura da parte mussoliniana di un possibile gabinetto Salandra-Mussolini, con l’intento di far rientrare il movimento fascista nell’alveo costituzionale parlamentare e di favorire la pacificazione sociale, affidò al capo del fascismo Benito Mussolini, deputato dal 1921, l’incarico di formare un nuovo governo.

Mussolini, che si indirizzò al Parlamento con tono minaccioso (“Avrei potuto fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…”), ricevette una larga fiducia dal Parlamento, ottenendo alla Camera 316 voti a favore, 116 contrari e 7 astenuti. Ricordiamo i voti favorevoli di Giovanni Giolitti, di Benedetto Croce, in seguito il massimo rappresentante dell’antifascismo liberale e di Alcide De Gasperi, poi padre della repubblica italiana, mentre Francesco Saverio Nitti lasciò l’aula in segno di protesta. Il Governo, composto da quattordici ministri e sedici ministeri, con Mussolini capo del Governo e ministro ad interim di Esteri e Interni, era formato da nazionalisti, liberali e popolari, tra i quali il futuro presidente della repubblica Giovanni Gronchi, sottosegretario all’Industria.

Secondo De Felice, “senza il compromesso con la monarchia è molto improbabile che il fascismo sarebbe mai potuto arrivare veramente al potere”, tuttavia, la composizione del Governo e l’amplissima fiducia parlamentare testimoniano l’incapacità della classe dirigente liberale e popolare di trovare un’alternativa valida alla nomina di Mussolini.

La seconda guerra mondiale

A seguito dell’avvicinamento tra Italia fascista e Germania nazista, simboleggiato dalla nascita dell’Asse Roma-Berlino dell’ottobre 1936 e della firma del Patto d’Acciaio del 22 maggio 1939, il 10 giugno 1940 Mussolini dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, schierandosi a fianco dei tedeschi nella seconda guerra mondiale. Il Re aveva inizialmente espresso il proprio parere contrario alla guerra sia perché conscio dell’impreparazione militare italiana, sia perché da sempre filo-britannico e avverso alle politiche della Germania nazista. Nei mesi precedenti, Vittorio Emanuele III, tramite il ministro della Real Casa Acquarone, aveva messo in atto un tentativo di rovesciare Mussolini; la legalità formale sarebbe stata salvaguardata ottenendo un voto di sfiducia dal Gran consiglio del fascismo e Ciano, che rifiutò, sarebbe stato chiamato a guidare il nuovo governo. Lo schema sarebbe stato ripreso tre anni dopo a guerra ormai persa.

Dopo qualche effimero successo in Egitto e nell’Africa orientale, i disastri che sopravvennero fra l’autunno 1940 e la primavera 1941 (fallito attacco alla Grecia, sconfitte navali di Taranto e Capo Matapan, perdita di gran parte dei territori italiani in Libia, perdita totale dei possedimenti in Africa orientale) rivelarono la debolezza delle forze italiane, che dovettero essere tratte d’impaccio dall’alleato tedesco sia nei Balcani (primavera 1941) che in Africa settentrionale.

Vittorio Emanuele, sfuggito ad un attentato durante una visita in Albania nel 1941, osservò con sempre maggior preoccupazione l’evolversi della situazione militare ed il progressivo asservimento delle forze italiane agli interessi tedeschi, cui egli era inviso. La sconfitta nella seconda battaglia di El Alamein del 4 novembre 1942 portò nel giro di pochi mesi all’abbandono totale dell’Africa e poi all’invasione alleata della Sicilia (Sbarco in Sicilia, iniziata il 9 luglio 1943) e all’inizio di sistematici bombardamenti alleati sulle città italiane.

La caduta del Fascismo

etiopiaQueste nuove sconfitte spinsero il Gran consiglio del fascismo a votare contro il supporto alla politica di Mussolini (25 luglio 1943). Lo stesso giorno, Vittorio Emanuele dimissionò Mussolini, che, posto sotto custodia, riconobbe la sua lealtà al Re e al nuovo governo Badoglio. Già da giugno Vittorio Emanuele aveva intensificato i suoi contatti con esponenti dell’antifascismo, direttamente o mediante il ministro della Real Casa d’Acquarone. Il 22 luglio, all’indomani del vertice di Feltre tra Mussolini e Hitler e dopo il primo bombardamento di Roma, il sovrano aveva discusso con Mussolini della necessità di uscire dal conflitto lasciando soli i tedeschi e dell’evenienza di un avvicendamento alla presidenza del Consiglio.

Il nuovo Governo Badoglio ereditò il gravoso compito di elaborare una strategia di uscita dal conflitto e di garantire l’ordine pubblico all’interno del Paese. Le condizioni interne non rendevano realmente possibile la continuazione della guerra a fianco dell’alleato tedesco: urgeva quindi siglare un armistizio con le potenze alleate ed evitare che l’esercito tedesco, che a seguito degli accordi presi con il precedente Governo stava rafforzando la sua presenza nella Penisola, riversasse la sua potenza contro le truppe e la popolazione italiana. Il Governo annunciò quindi la continuazione della guerra, ma intavolò negoziati con gli Alleati.

L’Armistizio

Il 3 settembre fu firmato a Cassibile l’armistizio con gli Alleati, che lo resero noto l’8 settembre contrariamente a quanto calcolato dal Governo Badoglio.

In effetti, l’annuncio dell’armistizio l’8 settembre colse di sorpresa il Re che aveva convocato al Quirinale Pietro Badoglio, il ministro Guariglia, i generali Ambrosio, Roatta, Carboni, Sandalli e Zanussi, l’ammiraglio De Courten, il maggiore Marchesi, il duca Acquarone e Puntoni, aiutante di campo del Re. Alla riunione Carboni e De Courten proposero di sconfessare l’armistizio e conseguentemente l’operato di Badoglio e di continuare la guerra a fianco dei tedeschi. La proposta, appoggiata inizialmente dalla maggioranza dei convenuti, dopo essere stata definita irrealistica da Marchesi, venne respinta da Vittorio Emanuele e Badoglio comunicò l’armistizio ormai reso pubblico dagli Alleati.

L’esercito, lasciato senza un chiaro piano d’azione in risposta ad un’offensiva dell’ex alleato tedesco, si trovò disorientato ad affrontare i colpi delle numerose unità tedesche che erano state inviate in Italia all’indomani della caduta di Mussolini. In effetti, Badoglio, che riteneva che ai tedeschi, come avrebbe voluto Rommel, sarebbe convenuto ritirarsi dall’Italia, comunicò che le truppe italiane non dovessero prendere l’iniziativa di attacchi contro l’ex alleato, ma limitarsi a rispondere.

La notte tra l’8 e il 9 settembre il Re, dopo un’iniziale esitazione e convinto da Badoglio della necessità che non cadesse nelle mani tedesche, fuggì da Roma alla volta di Brindisi, città libera dal controllo tedesco e non occupata dagli anglo-americani, imbarcandosi ad Ortona sulla Corvetta “Baionetta”. Alla difesa di Roma, dichiarata città aperta, il Re lasciò il genero, il generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, comandante del Corpo d’armata della città. Tuttavia, il maresciallo Badoglio, che probabilmente credeva ancora di poter raggiungere un qualche accordo con la Germania, non diede l’ordine di applicare il piano militare (“Memoria 44”) elaborato dall’Alto comando per affrontare un eventuale cambio di fronte. Seguirono dure rappresaglie tedesche contro l’esercito italiano; la più nota è l’eccidio di Cefalonia.
Il 12 settembre 1943 i tedeschi liberarono Mussolini, che il 25 settembre successivo proclamò la nascita della Repubblica Sociale Italiana a Salò, dividendo anche di fatto in due parti l’Italia. Questa situazione terminò il 25 aprile 1945, quando un’offensiva alleata e del ricostituito Regio Esercito insieme all’insurrezione generale proclamata dal CLN portarono le truppe dell’Asse alla resa.

Gli ultimi anni

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Il 9 maggio del 1946 Re Vittorio Emanuele III di Savoia abdica in favore del figlio

Vittorio Emanuele, in un estremo ma tardivo tentativo di salvare la monarchia, abdicò a Napoli in favore del figlio Umberto II di Savoia il 9 maggio 1946, circa un mese prima del referendum istituzionale del 2 giugno 1946. L’autenticazione della firma del re, anziché dal Presidente del Consiglio, fu fatta da un notaio (Nicola Angrisano del collegio notarile di Napoli).

Morì il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto dove, con il titolo di «Conte di Pollenzo», si era ritirato in esilio prima della consultazione referendaria; si spense quindi il giorno dopo la firma della Costituzione italiana che con la XIII disposizione finale avrebbe visto lo Stato avocare a sé i beni in Italia degli ex re di Casa Savoia e delle loro consorti. La morte di Vittorio Emanuele III in una casetta della campagna egiziana limitò ogni avocazione al solo Umberto II. Il re d’Egitto Faruq tributò funerali di Stato e oggi la salma di Vittorio Emanuele III riposa nella Cattedrale di Alessandria d’Egitto.

 

 

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