Voltaire François-Marie Arouet

1694 - 1778

Voltaire François-Marie Arouet
Nazione: Francia
Settore: Letteratura

ID: 3383

Quotazioni

A (autografo): S3 (da 501 a 1000 €)

AML (lettera manoscritta firmata): S5 (da 3001 € e oltre)

APL (autografo su foto o libro): S4 (da 1001 a 3000 €)

Quotazioni indicative.

Autografi

Voltaire, pseudonimo di François-Marie Arouet (Parigi, 21 novembre 1694 – Parigi, 30 maggio 1778) è stato un filosofo, drammaturgo, storico, scrittore, poeta, aforista, enciclopedista, autore di fiabe, romanziere e saggista francese.

Il nome di Voltaire è indissolubilmente legato al movimento culturale dell’Illuminismo, di cui fu uno degli animatori e degli esponenti principali, insieme a Montesquieu, Locke, Rousseau, Diderot, d’Alembert, d’Holbach, e du Châtelet, tutti gravitanti attorno all’ambiente dell’Encyclopédie. La vasta produzione letteraria di Voltaire si caratterizza per l’ironia, la chiarezza dello stile, la vivacità dei toni e la polemica contro le ingiustizie e le superstizioni; deista, cioè seguace della “religione naturale” che vede la divinità come estranea al mondo e alla storia, ma scettico, fortemente anticlericale e laico, è considerato uno dei principali ispiratori del pensiero razionalista e non religioso moderno.

Le idee e le opere di Voltaire, così come quelle degli altri illuministi, hanno ispirato e influenzato moltissimi pensatori, politici e intellettuali contemporanei e successivi e ancora oggi sono molto diffuse; in particolare hanno influenzato protagonisti della Rivoluzione americana, come Benjamin Franklin e Thomas Jefferson, e di quella francese, come Condorcet (anche lui enciclopedista) e, in parte, Robespierre oltre che molti altri filosofi come Cesare Beccaria, Karl Marx e Friedrich Nietzsche.

Gli viene costantemente attribuita la frase «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire», ma come è stato più volte ribadito non è sua.

Biografia

Inizi (1694-1716)

Cortile interno del Lycée Louis-le-Grand

François-Marie Arouet nasce il 21 novembre 1694 a Parigi in una famiglia appartenente alla ricca borghesia. Come lo stesso pensatore sostenne a più riprese, la data di nascita riferitaci dai registri di battesimo – che lo collocano al 22 novembre e affermano che il futuro scrittore nacque il giorno prima – potrebbe essere falsa: a causa di gravi problemi di salute, infatti, il battesimo sarebbe stato rimandato di ben nove mesi; egli affermò infatti di essere nato il 20 febbraio 1694. Poiché, tuttavia, la prassi vuole che in caso di pericolo per il bambino il battesimo venga impartito immediatamente, occorre ritenere che – se ritardo vi fu – esso sia dipeso da altre ragioni. Il padre François Arouet (morto nel 1722), avvocato, era anche un ricco notaio, conseiller du roi, alto funzionario fiscale e un fervente giansenista, mentre la madre, Marie Marguerite d’Aumart (1660-1701), era appartenente ad una famiglia vicina alla nobiltà. Il fratello Armand, invece, era – sempre a detta di Voltaire – un fanatico giansenista.

Originario dell’Haut Poitou – precisamente di Saint-Loup, piccola località situata nell’attuale dipartimento Deux-Sèvres -, François si trasferì a Parigi nel 1675, e si sposò nel 1683. Voltaire fu l’ultimo di cinque figli: il primogenito Armand-François morì tuttavia ancora piccolo, nel 1684, e stessa sorte toccò cinque anni più tardi al fratello Robert. Il citato Armand vide la luce nel 1685, mentre l’unica femmina, Marguerite-Catherine, nacque nel 1686. Voltaire perse la madre a soli 7 anni, e venne cresciuto dal padre con cui avrà sempre un rapporto molto conflittuale.

Nell’ottobre 1704 entrò al rinomato collegio gesuita Louis-le-Grand. In questo periodo il giovane Voltaire dimostrò una spiccata inclinazione per gli studi umanistici, soprattutto retorica e filosofia. Benché destinato ad essere molto critico nei confronti dei gesuiti, Voltaire poté beneficiare dell’intensa vita intellettuale del collegio. L’amore per le lettere fu favorito in particolare da due maestri. Nei confronti del padre René-Joseph de Tournemine, erudito direttore del principale giornale dei Gesuiti – le Mémoires de Trévoux -, con cui avrebbe avuto qualche dissidio in materia di ortodossia religiosa, nutrì sempre gratitudine e stima. Con il professore di retorica, il padre Charles Porée, l’adolescente strinse un’amicizia anche più intensa e altrettanto duratura; l’ecclesiastico, che fu maestro di illustri pensatori quali Helvétius e Diderot, era inoltre molto attivo in ambito letterario. Porée licenziò un’ampia produzione di poesie, oratori, saggi e canovacci teatrali, messi in scena, questi ultimi, nello stesso Collegio, dove il grande interesse per il teatro mise subito Voltaire a contatto con un’arte che avrebbe praticato lungo tutta la sua carriera.

Al Collegio impara il latino e il greco. Nel corso della vita studierà e parlerà in maniera fluente altre tre lingue, oltre al francese: inglese, italiano e spagnolo, che userà in molte lettere con corrispondenti stranieri.

Nel 1711 lascia il collegio e s’iscrive, per volere paterno, alla scuola superiore di diritto che comunque lascerà dopo soli quattro mesi con fermo e deciso disgusto, in quanto egli non aveva mai espresso alcun desiderio di fare l’avvocato. In questi anni s’inasprisce molto il rapporto con il padre, il quale mal sopporta la sua vocazione poetica e i continui rapporti con i circoli filosofici libertini, come la Societé du Temple di Parigi. Indicativo di ciò è il fatto che Voltaire si vantava (a torto o a ragione) di essere un figlio illegittimo. Nel 1713 lavorò come segretario all’Ambasciata francese all’Aja, poi tornò a Parigi per svolgere il praticantato presso un notaio, per cercare di omaggiare rispettosamente le orme del tanto odiato padre; in realtà egli desiderava sottrarsi alla pesante influenza del genitore che infatti ripudiò dopo poco tempo, e cominciò a scrivere articoli e versi duri e caustici verso le autorità costituite.

Persecuzioni ed esilio in Inghilterra (1716-1728)

I suoi scritti molto polemici trovarono immediato successo nei salotti nobiliari; nel 1716 ciò gli costò l’esilio a Tulle e Sully-sur-Loire; alcuni versi satirici, del 1717, contro il reggente di Francia Filippo d’Orléans, che governava in nome del giovanissimo Luigi XV, e contro sua figlia, la Duchessa di Berry  gli causarono l’arresto e la reclusione alla Bastiglia, poi un altro periodo di confino a Chatenay. Alla morte del padre, nel 1722, i tre fratelli Arouet ebbero una discreta eredità, che Voltaire farà fruttare con investimenti azzeccati. La pubblicazione del poema La Ligue del 1723, scritto durante la prigionia, ottenne invece l’assegnazione di una pensione di corte da parte del giovane re. L’opera, dedicata al re Enrico IV di Francia, giudicato un campione della tolleranza religiosa in contrasto con l’oscurantista e intollerante Luigi XIV (che ebbe contrasti col Papa, ma revocò l’editto di Nantes tornando alle persecuzioni contro ugonotti e giansenisti), verrà pubblicata nuovamente col titolo Enriade, nel 1728. Il favore che gli mostrarono subitaneamente i nobili di Francia non durò a lungo: sempre a colpa dei suoi scritti mordaci, litigò con l’aristocratico Guy-Auguste de Rohan-Chabot, cavaliere di Rohan, che l’aveva apostrofato con scherno presso un teatro. Il giorno seguente Rohan lo fece aggredire e malmenare dai suoi domestici, armati di bastone, per poi rifiutare con sprezzo il duello di riparazione del torto, proposto dal giovane poeta. Le proteste di Voltaire gli servirono solo ad essere imprigionato nuovamente, grazie ad una lettre de cachet, cioè un ordine in bianco di arresto (spettava a chi possedeva il documento aggiungere il nome della persona da colpire) ottenuto dalla famiglia del rivale e firmata da Filippo d’Orléans. Dopo un breve periodo in esilio fuori Parigi, Voltaire, sotto minaccia di un nuovo arresto, si vide costretto ad emigrare in Inghilterra (1726-1729). In Gran Bretagna, grazie alla conoscenza di uomini di cultura liberale, scrittori e filosofi come Robert Walpole, Jonathan Swift, Alexander Pope e George Berkeley, maturò idee illuministe contrarie all’assolutismo feudale della Francia.

Nicolas de Largillière, Voltaire intorno al 1724-25 (prima versione del dipinto, conservato allo chateau di Ferney-Voltaire)

Dal 1726 al 1728 visse in Maiden Lane, Covent Garden, nel luogo oggi ricordato da una targa al n.10. L’esilio di Voltaire in Gran Bretagna durò tre anni, e questa esperienza influenzò fortemente il suo pensiero. Era attratto dalla monarchia costituzionale in contrasto con la monarchia assoluta francese, e da un maggiore possibilità delle libertà di parola e di religione, e il diritto di habeas corpus. Venne influenzato da diversi scrittori neoclassici dell’epoca, e sviluppò un interesse per la letteratura inglese precedente, soprattutto le opere di Shakespeare, ancora relativamente sconosciuto in Europa continentale. Nonostante sottolineasse le sue deviazioni dagli standard neoclassici, Voltaire vide Shakespeare come un esempio che gli scrittori francesi potevano emulare, essendo che nel dramma francese, giudicato più lucido, mancava l’azione sul palco. Più tardi, tuttavia, come l’influenza di Shakespeare crebbe in Francia, Voltaire cercò di contrastare ciò con le proprie opere, denunciando ciò che considerava “barbarie shakesperiana”. In Inghilterra fu presente al funerale di Isaac Newton, ed elogiò gli inglesi per aver onorato uno scienziato considerato eretico con la sepoltura nell’Abbazia di Westminster.

Dopo quasi tre anni di esilio, Voltaire tornò a Parigi e pubblicò le sue opinioni nei confronti del governo britannico, la letteratura e la religione in una raccolta di saggi, le Lettere inglesi (o Lettere filosofiche), per le quali venne di nuovo condannato, in quanto aspramente critiche contro l’ancien régime e antidogmatiche. Nell’opera Voltaire considera la monarchia inglese – costituzionale, sorta in maniera compiuta dalla Gloriosa rivoluzione del 1689 – come più sviluppata e più rispettosa dei diritti umani (in particolare la tolleranza religiosa) rispetto al suo regime omologo francese.

Il nome “Voltaire”

Durante l’esilio in Inghilterra assunse lo pseudonimo di “Arouet de Voltaire” (già usato però come firma nel 1719), poi accorciato in Voltaire, per separare il suo nome da quello del padre ed evitare confusioni con poeti dal nome simile. L’uso dello pseudonimo era diffuso nell’ambiente teatrale, come già era all’epoca di Molière, ma l’origine del nom de plume è incerta e fonte di dibattito; le ipotesi più probabili sono:

  1. “Voltaire” potrebbe essere un particolare anagramma del cognome in scrittura capitale latina, dal nome con cui era conosciuto in gioventù, Arouet le Jeune (Arouet il giovane, per distinguerlo dal padre omonimo): da AROUET L(e) J(eune) a AROVET L. I. o AROVETLI, da cui VOLTAIRE. Questa è la teoria generalmente più diffusa.
  2. Un’altra teoria ricorre al luogo d’origine della famiglia Arouet: la cittadina di Airvault, il cui anagramma potrebbe rendere lo pseudonimo, nella forma “Vaultair”, con pronuncia francese identica a quella del nome scritto con la grafia “Voltaire”.
  3. Richard Holmes aggiunge che, oltre a questi motivi, il nome Voltaire fu scelto anche per trasmettere le connotazioni di “velocità” e “audacia”. Questi provengono da associazioni con parole come “volteggio” (acrobazie su trapezio o cavallo), “voltafaccia” (fuga dai nemici), e “volatile” (originariamente, qualsiasi creatura alata, anche in senso figurato, onde dare una sensazione di agilità mentale e leggerezza).
  4. Una delle teorie minoritarie vuole che derivi dalla parola “revolté”, ossia “rivoltato, in rivolta” (contro il vecchio ordine); lo pseudonimo sarebbe un anagramma di una trasformazione sillabico-fonetica della parola: da “revolté” a “revoltai” (la pronuncia è uguale), e quindi “Voltaire”.

    Di nuovo in Francia (1728-1749): la relazione con la Châtelet

    Elémens de la philosophie de Neuton, 1738 (Da BEIC, biblioteca digitale.)

    Émilie du Châtelet, che per molti anni fu la compagna del filosofo

    Costretto ancora esule in Lorena (a causa dell’opera Storia di Carlo XII del 1731), scrisse le tragedie Bruto e La morte di Cesare, cui seguirono Maometto ossia il fanatismo, che volle polemicamente dedicare al Papa Benedetto XIV,Merope, il trattato di divulgazione scientifica Elementi della filosofia di Newton. In questo periodo cominciò una relazione con la nobildonna sposata Madame du Châtelet, che lo nascose nella sua casa di campagna a Cirey, nello Champagne. Nella biblioteca della Chatelet, che contava 21.000 volumi, Voltaire e la compagna studiarono Newton e Leibniz. Avendo fatto tesoro dei suoi precedenti attriti con le autorità, Voltaire iniziò a pubblicare anche anonimamente per stare fuori pericolo, negando ogni responsabilità di essere l’autore di libri compromettenti. Continuò a scrivere per il teatro, e iniziò una lunga ricerca nelle scienze e nella storia. Ancora una volta, la principale fonte di ispirazione per Voltaire erano gli anni del suo esilio inglese, durante il quale era stato fortemente influenzato dalle opere di Newton. Voltaire credeva fortemente nelle teorie di Newton, in particolare per quanto riguarda l’ottica (la scoperta di Newton che la luce bianca è composta da tutti i colori dello spettro portò Voltaire a molti esperimenti a Cirey) e la gravità (Voltaire è la fonte della famosa storia di Newton e la mela caduta dall’albero, che aveva appreso dal nipote di Newton a Londra: ne parla nel Saggio sulla poesia epica).Nell’autunno del 1735, Voltaire ricevette la visita di Francesco Algarotti, che stava preparando un libro su Newton.

    Nel 1736 Federico di Prussia cominciò a scrivere lettere a Voltaire. Due anni dopo Voltaire visse per un periodo nei Paesi Bassi e conobbe Herman Boerhaave. Nel primo semestre del 1740 Voltaire visse invece a Bruxelles e si incontrò con Lord Chesterfield. Conobbe il libraio ed editore Jan Van Duren, che più tardi avrebbe preso a simbolo del truffatore per eccellenza, per occuparsi della pubblicazione dell’Anti-Machiavel, scritto dal principe ereditario prussiano. Voltaire visse nella Huis Honselaarsdijk, appartenente al suo ammiratore. Nel mese di settembre Federico II, asceso al trono, incontrò Voltaire per la prima volta al castello di Moyland, vicino a Cleve, e a novembre Voltaire andò al Castello di Rheinsberg per due settimane. Nell’agosto 1742 Voltaire e Federico si incontrarono a Aix-la-Chapelle. Il filosofo venne poi inviato al Sanssouci dal governo francese, come ambasciatore, per scoprire di più sui piani di Federico dopo la prima guerra di Slesia.

    Voltaire con il re Federico II aChâteau de Sans-Souci, vicino Potsdam. Dipinto di Adolph von Menzel.

    Federico si insospettì e lo fece fermare e rilasciare dopo poco tempo; però continuerà a scrivergli lettere, una volta chiarito l’equivoco.

    Grazie al riavvicinamento con la corte, aiutato dall’amicizia con Madame de Pompadour, la favorita di re Luigi XV, protettrice anche di Diderot, nel 1746 fu nominato storiografo e membro dell’Académie Française, nonché Gentiluomo di camera del re; ma Voltaire, seppur apprezzato da parte della nobiltà, non incontrava affatto la benevolenza del sovrano assoluto: così, di nuovo in rotta con la corte di Versailles (che frequentò per circa due anni), avrebbe finito per accettare l’invito a Berlino del re di Prussia, che lo considerava un suo maestro.Lo stesso lasso di anni fu doloroso dal punto di vista privato per il filosofo: dopo una lunga e altalenante relazione, tra ritorni e tradimenti nella coppia la Châtelet lo lasciò per il poeta Saint-Lambert e Voltaire rispose cominciando una relazione con la nipote Madame Denis (1712-1790), vedova, che in passato aveva tentato di sposare, secondo consuetudini nobiliari dell’epoca, approvate dalla Chiesa e di moda anche nella borghesia, che non consideravano incestuoso un legame tra zio e nipote. La relazione con Madame Denis fu breve, anche se avrebbero convissuto platonicamente fino alla sua morte. Inoltre quando, nel 1749, Madame du Châtelet, rimasta in buoni rapporti con lo scrittore, morì di complicazioni legate al parto, dando alla luce la figlia di Saint-Lambert (morta alla nascita), Voltaire l’assistette e rimase molto colpito dalla sua morte, definendola in una lettera la sua anima gemella. Poco dopo la morte di Émilie, Voltaire scriveva ad un’amica: “je n’ai pas perdu une maîtresse mais la moitié de moi-même. Un esprit pour lequel le mien semblait avoir été fait” (“non ho perduto un’amante ma la metà di me stesso. Un’anima per la quale la mia sembrava fatta”).

    In Prussia e Svizzera (1749-1755)

    Lasciata la Francia, dal 1749 al 1752 soggiornò quindi a Berlino, ospite di Federico II, che lo ammirava, considerandosi un suo discepolo e lo nominò suo ciambellano. A causa di alcune speculazioni finanziarie, in cui lo scrittore era molto abile, nonché per i continui attacchi verbali contro lo scienziato Pierre Louis Moreau de Maupertuis, che non lo sopportava, ma che presiedeva l’Accademia di Berlino e alcune divergenze di idee sul governo della Prussia, Voltaire litigò col sovrano e lasciò la Prussia, ma il re lo fece arrestare abusivamente, per breve tempo, a Francoforte. Dopo questo incidente, sarebbero passati molti anni prima che i loro rapporti si pacificassero, riprendendo una corrispondenza epistolare col sovrano dopo circa 10 anni. Voltaire accentuò quindi l’impegno contro le ingiustizie in maniera particolarmente attiva, dopo l’allontanamento dalla Prussia. Impossibilitato a tornare a Parigi, poiché dichiarato persona sgradita alle autorità, si spostò allora a Ginevra, nella villa Les délices, finché entrò in rotta con la Repubblica calvinista, che egli aveva ritenuto erroneamente un’oasi di tolleranza, e riparò nel 1755 a Losanna, poi presso i castelli di Ferney e Tournay, da lui acquistati, dopo essersi sfogato contro i politici di Ginevra con parole rabbiose e durissime in una lettera inviata all’amico d’Alembert.

    Il patriarca di Ferney: Voltaire guida dell’Illuminismo (1755-1778)

    (FR)« Si c’est ici le meilleur des mondes possibles, que sont donc les autres? » (IT)« Se questo è il migliore dei mondi possibili, gli altri come sono? »
    (Voltaire, Candido o l’ottimismo, capitolo VI, 1759)

    È di questo periodo la pubblicazione della tragedia Oreste (1750), considerata una delle opere minori del teatro di Voltaire, completata poco dopo l’abbandono della Prussia. In particolare da allora visse nel piccolo centro di Ferney, che prenderà il suo nome (Ferney-Voltaire). Qui riceveva numerose visite, scriveva e si dedicava alla corrispondenza con centinaia di persone, che in lui riconoscevano il “patriarca” dell’Illuminismo.

    Château di Voltaire a Ferney (oggi chiamata Ferney-Voltaire in suo onore), situata in Francia, all’epoca sul confine franco-ginevrino

    Tra le persone che vennero a visitarlo a Ferney, oltre a Diderot, Condorcet e d’Alembert, vi furono James Boswell, Adam Smith, Giacomo Casanova, Edward Gibbon.

    Nello stesso periodo cominciò la più feconda fase della produzione voltairiana, che univa l’Illuminismo e la fiducia nel progresso col pessimismo dovuto alle vicende personali e storiche (prima fra tutto il disastroso terremoto di Lisbona del 1755, che minò la fiducia di molti philosophes nell’ottimismo acritico). Voltaire dedica al sisma tre opere: il Poema sul disastro di Lisbona, il Poema sulla legge naturale (scritto precedentemente ma rivisto e allegato al primo) e alcuni capitoli del Candido.

    Voltaire e il contrasto con Rousseau

    Voltaire collaborò all’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert, alla quale partecipavano anche d’Holbach e Jean-Jacques Rousseau. Dopo un buon inizio, ed un parziale apprezzamento dei philosophes per le sue prime opere, quest’ultimo si distaccò presto, per le sue idee radicali in politica e sentimentali sulla religione, dal riformismo e dal razionalismo degli enciclopedisti; inoltre Rousseau non accettava le critiche alla sua città fatte da d’Alembert e Voltaire stesso nell’articolo “Ginevra”, che avrebbe scatenato nuovamente le autorità svizzere contro i due filosofi. Voltaire cominciò a considerare Rousseau come un nemico del movimento, oltre che una persona incompatibile col proprio carattere (a causa della paranoia e gli sbalzi d’umore dell’autore del Contratto sociale) e, pertanto, da screditare con i suoi scritti come veniva fatto con gli anti-illuministi espliciti. In una lettera ad un componente del Piccolo Consiglio di Ginevra, contraddirebbe le sue affermazioni tolleranti e assai più note, quando inviterebbe i governanti di Ginevra affinché condannino a morte Rousseau.

    In realtà Voltaire rispose ad alcuni attacchi diretti proprio da Rousseau (notoriamente litigioso e che lo riteneva reo di non averlo difeso dalla censura), e che istigava i ginevrini, nella Lettere scritte dalla montagna, dopo aver affermato che Voltaire era l’autore del Sermone dei cinquanta (una scandalosa opera anonima che denunciava la falsità storica del Vangelo), di colpirlo direttamente se volevano “castigare gli empi”, anziché perseguire lui stesso. Voltaire dal canto suo si vendicò allora con la lettera in cui affermava che il vero “blasfemo sedizioso” era Rousseau e non lui, invitando ad agire con «tutta la severità della legge», cioè bandirne le opere “sovversive”, senza tuttavia affermare esplicitamente di condannare il collega alla pena capitale.

    Nel pamphlet I sentimenti dei cittadini Voltaire, mettendola in bocca ad un pastore calvinista, scrive una delle frasi “incriminate”(«occorre insegnargli che se si punisce leggermente un romanziere empio, si punisce con la morte un vile sedizioso») e afferma che «si ha pietà di un folle; ma quando la demenza diventa furore, lo si lega. La tolleranza, che è una virtù, sarebbe in quel caso un vizio». Vi rivela, poi, alcuni fatti disdicevoli della vita di Rousseau, come la povertà in cui faceva vivere la moglie, i cinque figli lasciati all’orfanotrofio e una malattia venerea di cui soffriva. In una lettera privata del 1766 al segretario di Stato di Ginevra, Voltaire però negò che lui fosse l’autore de I sentimenti dei cittadini: «Non sono per nulla amico del signor Rousseau, dico ad alta voce ciò che penso di buono e di cattivo delle sue opere; ma, avessi fatto il torto più piccolo alla sua persona, fossi servito a opprimere un uomo di lettere, me ne sentirei troppo colpevole».

    Per questo dissidio umano e intellettuale sono interessanti anche le lettere scambiate direttamente tra due filosofi: in una missiva sul Discorso sull’origine della diseguaglianza di Rousseau, in polemica col primitivismo del ginevrino, Voltaire gli scrisse che «leggendo la vostra opera viene voglia di camminare a quattro zampe. Tuttavia, avendo perso quest’abitudine da più di sessant’anni, mi è purtroppo impossibile riprenderla». Dal canto suo, sentimenti contrastanti erano in Rousseau (nel 1770 sottoscrisse una petizione per innalzare a Voltaire un monumento).

    « Io non vi voglio affatto bene Signore; voi mi avete fatto i mali di cui potevo patire di più, a me, vostro discepolo e vostro fanatico partigiano. Avete rovinato Ginevra come prezzo dell’asilo che vi avete ricevuto; (…) siete voi che mi farete morire in terra straniera (…) Vi odio, insomma, perché l’avete voluto; ma vi odio da uomo anche più degno di amarvi se voi l’aveste voluto. Di tutti i sentimenti di cui il mio cuore era compenetrato, vi resta solo l’ammirazione che non si può rifiutare per il vostro bel genio e l’amore per i vostri scritti. »
    (Rousseau a Voltaire, 17 giugno 1760)

    L’intellettuale impegnato

    Voltaire, in questo periodo, si impegnò anche al fine di evitare il più possibile le guerre che insanguinavano l’Europa. Egli disprezzava il militarismo e sosteneva il pacifismo e il cosmopolitismo; un appello alla pace è presente anche nel Trattato sulla tolleranza. Cercò di fare da mediatore tra la Francia e la Prussia di Federico II, per evitare la guerra dei sette anni.

    La scrivania di Voltaire al Café Procope, che lo scrittore frequentava.

    Al contempo però bisogna ricordare che, nella vita privata, portava avanti lucrosi e poco onesti affari proprio nel campo dei rifornimenti all’esercito. Ricco e famoso, punto di riferimento per tutta l’Europa illuminista, entrò in polemica coi cattolici per la parodia di Giovanna d’Arco in La Pulzella d’Orléans, opera giovanile riedita, ed espresse le sue posizioni in forma narrativa in numerosi racconti e romanzi filosofici, di cui il più riuscito è Candido ovvero l’ottimismo (1759), in cui polemizzò con l’ottimismo di Gottfried Leibniz. Il romanzo rimane l’espressione letteraria più riuscita del suo pensiero, contrario ad ogni provvidenzialismo o fatalismo. Da qui iniziò un’accanita polemica contro la superstizione e il fanatismo a favore di una maggiore tolleranza e giustizia.

    A questo proposito scrisse il citato Trattato sulla tolleranza in occasione della morte di Jean Calas (1763) e il Dizionario filosofico (1764), tra le opere non narrative più importanti del periodo, che vide anche la continuazione della collaborazione con l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert. Si dedicò anche a numerosissimi pamphlet, spesso anonimi, contro gli avversari degli illuministi. Nel caso di Jean Calas, egli riuscì a ottenere la riabilitazione postuma del commerciante protestante giustiziato, e quella della famiglia proscritta e ridotta in miseria, arrivando a orientare la Francia intera contro la sentenza del Parlamento di Tolosa. Alla fine la vedova, sostenuta da Voltaire, si rivolse al Re, ottenendo anche l’appoggio della Pompadour, che sostenne la causa dei Calas in una lettera al filosofo.  Luigi XV ricevette in udienza i Calas; poi, lui e il suo consiglio privato annullarono la sentenza e ordinarono una nuova indagine, in cui i giudici di Tolosa vennero sconfessati completamente. Questo fatto segnò l’apice della popolarità e dell’influenza di Voltaire.

    Tra le altre opere del lungo periodo a cavallo tra la Prussia e la Svizzera, i racconti Zadig (1747), Micromega (1752), L’uomo dai quaranta scudi (1767), le opere teatrali Zaira (1732), Alzira (1736), Merope (1743), oltre il citato Poema sul disastro di Lisbona (1756). E infine, le importanti opere storiografiche Il secolo di Luigi XIV (1751), scritto durante il periodo prussiano, e il Saggio sui costumi e sullo spirito delle nazioni (1756). In una delle ultime opere prettamente filosofiche, Le philosophe ignorant(1766), Voltaire insistette sulla limitazione della libertà umana, che non consiste mai nell’assenza di qualsiasi motivo o determinazione.

    Rientro a Parigi e accoglienza trionfale (febbraio-maggio 1778)

    La sua salute intanto cominciava a declinare, ed egli chiese di poter rientrare in patria. Rientrato a Parigi i primi giorni di febbraio del 1778, dopo 28 anni di assenza, ricevette un’accoglienza trionfale, tranne che dalla corte del nuovo re, Luigi XVI, e, ovviamente, dal clero. Il 7 aprile entrò nella Massoneria, nella Loggia delle Nove Sorelle. Assieme a lui, venne iniziato anche l’amico Benjamin Franklin.

    Pedro Américo, Voltaire benedice il nipote di Franklin in nome di Dio e della Libertà (1889-1890). Il dipinto raffigura un episodio degli ultimi mesi di vita di Voltaire.

    Nonostante l’ostinato rifiuto, sino alla morte, della religione cattolica e della Chiesa – Voltaire era un deista – viene sostenuta la tesi che il filosofo si sia convertito in extremis alla fede cristiana.Mentre le sue condizioni peggioravano, Voltaire perse lucidità, e assumeva forti dosi di oppio per il dolore. Un prete, Gauthier, della parrocchia di Saint-Sulpice, dove viveva Voltaire, venne a chiedergli una confessione di fede, perché egli non fosse sepolto in terra sconsacrata. L’unica dichiarazione scritta di suo pugno, o dettata al segretario, fu: “Muoio adorando Dio, amando i miei amici, non odiando i miei nemici, e detestando la superstizione”. Gauthier non la ritenne sufficiente e non gli diede l’assoluzione, ma Voltaire si rifiutò di scrivere altre confessioni di fede che sancissero il suo ritorno al cattolicesimo. Nonostante ciò, si diffusero, dopo la morte, documenti di dubbia autenticità che indicherebbero che abbia sottoscritto una professione di fede, firmata da Gauthier e dal nipote, l’abbé Mignot, anche questa però, ritenuta insufficiente, anche se più esplicita. La confessione è stata ritenuta da taluni di comodo, su sollecitazione degli amici, per avere degna sepoltura e funerali oppure totalmente falsa, in quanto in contrasto con tutta la sua vita e la sua opera.

    Tomba di Voltaire al Panthéon di Parigi, al tempo dei lavori di restauro del monumento (si nota l’assenza della statua marmorea sul basamento)

    Anche altri autori hanno riferito di una presunta autenticità della conversione di Voltaire e su i suoi rapporti col parroco Gauthier.

    La conversione di Voltaire nei suoi ultimi tempi venne decisamente negata dagli illuministi, in particolare dagli anticlericali, in quanto ritenuta offuscare l’immagine di uno dei loro principali ispiratori e spesso non considerata sincera nemmeno dai cattolici.  Bisogna notare inoltre che anche Diderot prese accordi con sacerdoti prima di morire, per poter essere decorosamente sepolto ed entrambi erano spinti con insistenza da amici e parenti, benché, come sappiamo da documenti, perlomeno Diderot non fosse davvero convertito. Anche l’ateo barone d’Holbach fu sepolto in una chiesa (accanto a Diderot stesso), avendo dovuto tenere nascoste le proprie idee in vita, per aggirare la censura e la repressione. Tutte queste analogie rendono probabile che non si trattò di vere conversioni, e che Voltaire non tornò davvero al cattolicesimo, e questo fu il motivo per cui la curia parigina oppose il veto alla sepoltura, in quanto egli era morto senza assoluzione.

    Morte (maggio 1778) e vicende postume

    La versione degli amici racconta che, in punto di morte, il filosofo respinse ancora il sacerdote, che avrebbe dovuto dare l’assenso alla sepoltura, e che lo invitava a confessarsi chiedendogli un’esplicita dichiarazione di fede cattolica, che Voltaire invece non voleva fare (intuendo che volesse poi venire usata a fini propagandistici): alla domanda se credeva nella divinità di Cristo, Voltaire replicò: “In nome di Dio, Signore, non parlatemi più di quell’uomo e lasciatemi morire in pace”.

    Voltaire poco prima della morte (busto di Jean-Antoine Houdon)

    Voltaire morì, probabilmente per un cancro alla prostata di cui avrebbe sofferto già dal 1773la sera del 30 maggio 1778, all’età di circa 83 anni, mentre la folla parigina lo acclamava sotto il suo balcone. La morte fu tenuta segreta per due giorni; il corpo, vestito come fosse vivo e sommariamente imbalsamato, fu portato fuori da Parigi in carrozza, come da accordi presi da madame Denis con un suo amante, un prelato che aveva acconsentito al “trucco”. Il suo funerale, molto sontuoso, fu officiato dal nipote, l’abbé Mignot, parroco di Scellières, e nell’attiguo convento ebbe sepoltura lo scrittore. I medici che eseguirono l’autopsia ne asportarono il cervello e il cuore (riunito anni dopo ai resti per volontà diNapoleone III), forse per impedire una sepoltura “completa”, dato l’ordine dell’arcivescovo di Parigi di vietare la sepoltura in terra consacrata a Voltaire, o forse, più probabilmente, per poterli conservare come reliquie laiche nella capitale; furono tumulati infatti temporaneamente nella Biblioteca Nazionale di Francia e alla Comédie Française. Se Voltaire era comunque morto senza perdono religioso, e la chiesa parigina gli negò ogni onore, tutti i membri della curia dove venne sepolto, vollero invece celebrare una messa cantata in sua memoria, e numerose cerimonie. Le proprietà e l’ingente patrimonio di Voltaire passarono, per testamento, a Madame Denis e alla sua famiglia, ossia ai nipoti dello scrittore, nonché alla figlia adottiva Reine Philiberte de Varicourt, che aveva sposato il Marchese de Villette, nella cui casa parigina Voltaire visse i suoi ultimi giorni.

    Il trasporto della salma di Voltaire al Pantheon durante i funerali solenni dell’11 luglio 1791

    A tredici anni dalla sua morte, in piena Rivoluzione francese, il corpo di Voltaire venne trasferito al Pantheon e qui sepolto l’11 luglio 1791 al termine di un funerale di stato di proporzioni straordinarie per grandiosità e teatralità, tanto che rimase memorabile persino il catafalco – su cui venne posto un busto del filosofo – allestito per il trasporto della sua salma. Da allora i resti di Voltaire riposano in questo luogo. Nel 1821 rischiò la riesumazione, più volte rifiutata in precedenza da Napoleone Iperché erano molti coloro, nel fronte cattolico, che ritenevano intollerabile la sua presenza all’interno di una chiesa, dato che il Pantheon era stato temporaneamente riconsacrato. Tuttavia re Luigi XVIII non la ritenne necessaria perché “… il est bien assez puni d’avoir à entendre la messe tous les jours.” (cioè “è già punito abbastanza per il fatto di dover ascoltare la Messa tutte le mattine”). La tomba è vicina a quella dell’altro grande filosofo illuminista, Jean-Jacques Rousseau, il rivale di Voltaire, morto poco meno di un mese dopo (il 4 luglio), spesso fatto bersaglio fino alla fine di satire e invettive, ma nonostante questo accomunato a lui nella gloria postuma, venendo traslato al Pantheon nel 1794. Si diffuse però la leggenda che i monarchici ne avessero rubato le ossa nel 1814, insieme a quelle di Rousseau, per gettarle in una fossa comune, nel luogo dove oggi sorge la facoltà di scienza dell’Università parigina di Jussieu. Nel 1878 e successivamente (1898, anno della ricognizione dei sepolcri del Panthéon), tuttavia, diverse commissioni d’inchiesta stabilirono che i resti dei due grandi padri dell’Illuminismo, Jean-Jacques Rousseau e Francois-Marie Arouet detto Voltaire, si trovavano e si trovano tuttora nel Tempio della Fama di Francia.

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